Un secondo e per poco non ci restavo secco. E con me Nicole, l’amica con cui stavo viaggiando.

All’incrocio ci sono arrivato lentamente. Ho visto il verde lampeggiare e ho rallentato, sebbene avessi tutto il tempo di proseguire. Ma nevicava, l’asfalto era un pantano e io non avevo nessuna fretta, così mi sono fermato.

In strada non c’era nessuno. Era l’ora di pranzo e ci trovavamo in un piccolo paesino a trenta minuti da Vienna. Il primo dei due day off della tournée austriaca l’avrei passato con i miei amici Verena, Nicole (in macchina con me) Ivana e Patrick, a casa di Safy e Lorence, due ragazzi di Nazareth conosciuti in questi giorni di tour. Erano previsti un pranzo e un pomeriggio in compagnia.

Mentre aspettavo davanti al rosso, io e Nicole stavamo ridendo per le mie consuete freddure. Poi ho sentito un rumore che cresceva di intensità, come un sibilo, e con la risata ancora tra i denti ho lanciato un’occhiata allo specchietto retrovisore.

Ci ho visto dentro una macchia grigiastra e minacciosa e ho istintivamente chiuso gli occhi, senza sapere cosa stesse accadendo. Ho sentito un’improvvisa esplosione di ferro e vetri deflagrare dietro di noi e una spinta anonima scalciare la mia macchina alla velocità della luce.

A me è parso un secondo, ma per quanto ne so il tempo in cui ho tenuto gli occhi chiusi potrebbe essere durato anche una vita intera. Il collo mi bruciava e ancora non mi ero reso conto di niente. Alla fine ho riaperto gli occhi e mi sono girato verso Nicole. Era cosciente, ma si teneva la testa, in silenzio. Ho sganciato la cintura e sono uscito dalla macchina, premendomi la nuca, confuso e spaventato.

Ero al di là dell’incrocio, a trenta metri dal semaforo e al mio posto c’era un camion con il muso disintegrato. Ho fatto qualche passo barcollando, con le lacrime che venivano giù da sole, e ho visto il retro della mia macchina completamente annientato. La custodia della mia chitarra sporgeva dal finestrino esploso e tutta l’attrezzatura era compressa nel baule.

Per un attimo, le mie gambe non mi hanno più retto. Mi sono appoggiato alla macchina, scosso e con un miliardo di pensieri che si rincorrevano senza senso.

Nel giro di cinque minuti, sul posto c’erano la polizia e l’ambulanza. Hanno portato Nicole in ospedale per accertamenti, ed io sono andato in centrale, mentre Verena e Safy, accorsi poco dopo, hanno aspettato il carro attrezzi.

Nicole sta bene e anch’io sto bene, benché ancora poco lucido. Dopo la deposizione dalla polizia, sono andato in ospedale e mi hanno fatto gli esami del caso, ma a parte il colpo di frusta sembra non ci siano atri problemi.

La macchina è da buttare. La mia attrezzatura, invece, devo ancora provarla, avendo aperto soltanto un paio di borse, ma ho già visto che qualcosa è rimasto schiacciato nell’impatto. Il computer era piegato in due, così pure l’iPad. E così anch’io, piegato dall’imprevedibilità degli eventi.

Questa notte non sono riuscito a dormire. Continuavo a pensare all’impatto e al fatto che se una macchina fosse passata sulla strada che incrociava la mia, nel momento in cui l’abbiamo attraversata come un proiettile, probabilmente io e Nicole avremmo avuto un altro destino.

Ma soprattutto ho pensato al semaforo verde che lampeggiava, ripetendomi in continuazione perché non ho proseguito. Lo potevo fare, ne avevo tutto il tempo. E invece mi sono fermato. Di certo capisco che non ha senso chiederselo adesso, ma questo pensiero mi perseguita, così come il rumore dell’impatto, quell’esplosione ferrosa che difficilmente scorderò.

Adesso non so che cosa accadrà. Se continuerò il tour (mi mancano ancora tre concerti) e come eventualmente lo farò. Poi c’è la burocrazia da seguire e altre cose da fare. Non lo so. Per il momento volevo solo ringraziare mia moglie e i miei figli, che da casa mi hanno sostenuto con amore, insieme a mio padre, mia madre e mia sorella. E infine gli amici che qui in Austria si stanno prendendo cura di me. Grazie a voi tutti.

Risorse
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A way back

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