Descrizione

Dodici brani originali per sola chitarra acustica che celebrano il talento unico celato dentro ognuno di noi.

Il segno

Noi siamo scrigni. Involucri fragili. Tesorieri ambulanti di rara capacità e libertà. Siamo le custodie naturali di uno slancio unico, un piccolo seme nascosto fra le intenzioni e le contraddizioni di cui siamo fatti. È arduo scovarne il rifugio, difficile è stanarne la natura, ma non curarsi del suo potenziale o addirittura convincersi che non esiste prima o poi inaridisce lo spirito.
È il nostro talento. Il nostro scopo.
La saggezza della vita lo nasconde a un primo sguardo, lo ripara dall’incuranza di una ricerca superficiale e ne custodisce la gracile mole dal peso della disillusione. Così, dopo il primo vagito, la ricerca diventa il primo obiettivo, perché il cammino ha bisogno di un sentiero e il sentiero di una direzione. È necessario trovare il senso della vita per poter dare un senso alla vita. Negarsi la ricerca è privarsi dell’occasione di conoscerlo.

Essendo intrecciati nel groviglio del mondo, lo spazio intorno non può che condizionare questa laboriosa caccia. La culla in cui cresciamo, le parole da cui impariamo e il mare in cui viviamo possono aiutare o intralciare la nostra ricerca con la forza delle convinzioni.
La prima forma con cui il seme si mostra al mondo è il sogno e il mondo ha paura del sogno. È convinto che sia un futile accessorio e, pericoloso errore, che sia irrealizzabile. Così lo ha chiuso a forza in un cassetto e lo ha chiamato utopia. Ma il sogno è una visione. È il germoglio del nostro talento. È la prospettiva. È la mappa più dettagliata per trovare lo scopo. Seguendone i segni e le croci non si può che arrivare a scoprire la natura del seme, a trovare il sentiero e a dare direzione al nostro cammino.
È proprio sul terreno del sogno che la praticità del mondo pianta la sua gramigna: ciò che non garantisce sicurezza è sconveniente, ciò che intralcia la produttività va soppresso. Il sogno cammina sulle macerie del passato, si nutre di presente e non conosce futuro. La sicurezza e la produttività pretese dallo spazio intorno lo lasciano indifferente. Così pure la fretta. Il sogno è paziente, sa aspettare che scegliamo. E allontana da sé l’inganno. La menzogna è che a seguire le sue mappe si finisce col non avere niente. La bugia dell’ambizione, del controllo, della felicità a ogni costo.

È consultando i tracciati del sogno che arriveremo ad aprire il nostro tesoriere per guardarci dentro. Quale sarà il talento? Su cosa investire ogni giorno della nostra vita? Nessuno risponderà al posto nostro, neppure la vita, perché quello che non vogliamo trovare rimane nascosto.
È necessario camminare lungo i fiumi e procurarsi un setaccio. Essere metodici e pazienti come i cercatori d’oro. Conservare la certezza che prima o dopo, tra i sassi e il terriccio, il riflesso di una pietra illuminerà il nostro volto. Sopportare il tempo, il sole e la pioggia. Non cessare mai di alimentare la curiosità, i cui fluidi vitali rinvigoriscono lo spirito, concedono corazza ai gigli e candore alla roccia.

Perché per chi alla curiosità ha rinunciato l’altrui curiosità è una minaccia. La ricerca del talento è tempo sprecato ai suoi occhi, un investimento che non rende, un insignificante dettaglio a cui rinunciare. Il cuore di un individuo non è altro che un recipiente vuoto da riempire di ideali, nozioni, aspettative e tutto ciò che può far assomigliare un uomo a un piccolo soldatino di piombo che in tutto deve eccellere, come se l’uccello dovesse anche scavare e la talpa anche volare. Tutti devono saper fare tutto, indistintamente. Così i professionisti del sapere scrivono la loro conoscenza sulla nostra pelle e scarabocchiano su di noi gli errori del mondo. Ecco che invece di alimentare l’unicità di ogni singolo volto, vengono cucite con affanno uniformi per l’anonimo esercito dei senzasogni, i senzatetto del talento. Perché il mondo ha deciso di reclutare i suoi soldati per l’addestramento fin dalle prime occhiate di curiosità, così da controllarne gli slanci emotivi e gli euforici sintomi di un’anima alla ricerca. Noi siamo fogli da segnare e, se necessario, da piegare in due per il taglia(c)arte. Ma è solo a noi che spetta l’inchiostro di ogni giorno, siamo noi che dobbiamo scrivere le nostre pagine e il modo più vero ed efficace per farlo è trovare e conoscere il nostro scopo. Sapere qual è il nostro talento.

E quando finalmente lo troviamo, quando dalle mappe del sogno arriviamo ad aprire il tesoriere a cui abbiamo ambito e per cui abbiamo lottato, allora dobbiamo custodirlo come sentinelle innamorate e senza indugio alcuno coltivarlo. Se la ricerca è il primo passo, infatti, la semina e la coltura sono il cammino. Perché affinché il seme porti frutto non è sufficiente scovarlo, per quanto la difficoltà della ricerca faccia apparire il risultato come l’obiettivo finale, è necessario averne cura con la sapienza di un esperto e amorevole agricoltore, senza timore. La paura non fa che cibarsi di lucidità e coraggio, priva le intenzioni di guizzi, e di fronte ai lineamenti chiari del nostro talento potremmo vacillare. Lo scopo della nostra vita potrebbe sorprendere le aspettative, andare contro la cultura del tempo, perfino apparire ridicolo e sconveniente tanto da persuaderci a dare le spalle al suo potenziale e a lasciarci conformare dai calcoli del mondo, pronto a darci un posto nella sua catena di montaggio. Ma se si sceglie di seminarlo nella terra e di coltivarlo pazientemente avremo la possibilità di compiere il progetto disegnato unicamente per la nostra impronta. Dobbiamo averne cura, saper leggere tempi e stagioni, dosare con saggezza acqua e accortezze. Potare se occorre. Aspettare, impedire contagi e malattie.
Amare incondizionatamente il nostro germoglio. È necessario. Perché la felicità non sia solo un sorriso di silicone, ma un raggio di cuore contagioso. Perché il mondo possa assaggiare la gratificazione di una scelta il cui motore è la consapevolezza e non il bisogno. Perché chi sceglie di coltivare il seme in lui celato profuma di sereno e di libertà.

È solo che lo spazio intorno ha un’innata capacità di confondere fortuna e coraggio, come se scegliere fosse una pratica del fato e non di un cuore che osa. Come se il risultato arrivasse da un numero pescato da un sacchetto e non dal fuoco della passione. Una passione che brucia se si ha la forza di accenderla. Quel fervore che spinge più in là di ogni aspettativa, che sa sorprendere, che eleva l’uomo che lo alimenta e che alimenta l’uomo che si eleva.
Il mondo farà ricorso a ogni stratagemma per convincersi che in effetti si tratta di buona sorte, svilendo lo slancio con il bisogno, mettendo alla prova la capacità di adattamento, distorcendo desideri e priorità. Perché è più controllabile un uomo che vince a un gioco che uno che si mette in gioco. Così la paura di non farcela diventa linfa vitale per la bugia che il treno passa una volta sola. Non c’è niente di più pericolosamente falso: esistono sempre occasioni per un animo che si predispone. Il fato è solo l’invenzione di chi ha paura di scegliere. Non esistono fortunati o sfortunati, esistono scelte. E conseguenze.

Un perimetro genuino non può che rinvigorire la volontà con un amorevole benedizione, per quanto precaria possa apparire la rotta e per quanto rotta possa sembrare l’identità di chi sceglie sugli specchi del mondo. Dove la menzogna della fortuna non attecchisce i falsi riflessi armeggiano l’ennesimo inganno. Il disadattato che si scorge fra quelle ombre non è un uomo vero. È un’illusione. Il mondo punta i suoi specchi per delineare la forma dei suoi figli, ma di rado i riflessi parlano di talento, più frequenti sono le immagini piene di aspettative. Le aspettative degli altri. A volte non basta negare lo sguardo, perché il mondo è pronto a distorcere il riflesso rompendo il vetro pur di garantirsi il disagio e la paura di chi può essere controllato e poi cambiato. Così chi scommette su se stesso viene abbandonato a se stesso. Viene circuìto dalla promessa di stabilità e di unità se omologato al branco. Ma non è un caso se le uniformi si chiamano divise. Divise sono le genti che le indossano. Diviso è il mondo che le concepisce.

Così, dopo averlo cercato e accettato, il talento va difeso. I rubasogni lavorano senza sosta, non dormono mai e non conoscono affanno. Non nascondono cattiveria nelle intenzioni, solo un destino analogo nel gioco di ruoli del tempo. Rubasogni derubati quando loro fu la scelta. Convinti di non avere via di fuga alcuna, di fronte al muro di quel mondo, diedero il matto al loro re e dimenticarono per sempre il loro sogno. Logica e pragmatica conseguenza è il mietere l’altrui talento, ora. È un corollario. Ineluttabile. E allora armeggiano e si affaccendano per portare a casa il raccolto. Sono i sensi di colpa la loro ultima offensiva, la pece che annerì il loro tempo. E roccaforte più efficace non può che essere la luce della scelta. Camminare il sentiero ai bordi della notte senza indugi e con la torcia di una felicità genuina nelle mani. È ingannevole scegliere un percorso in base alla sua difficoltà, convinti che il più impervio sia il più dignitoso. Genuino è sceglierlo in base alla felicità di percorrerlo, certi che gli ostacoli si vivono diversamente da felici. Ecco com’è: reale o menzognera. È questo il volto che può avere la gioia. È reale se si investe sul proprio talento e scopo, senza eccezioni. È menzognera se si rinnegano. Una felicità a cui inevitabilmente ci si abitua. Di cui amaramente ci si convince. Con cui troppo spesso si convive.

Chi è duro, però, si crepa. Chi lo è a tutti i costi si frantuma. Non è difesa questa, ma rigidità. È necessario muoversi con equilibrio e destreggiarsi con armonia se si vuole rimanere in piedi. Danzare. Danzare come l’albero nel vento. Forte nelle sue radici, stretto alla sua terra con la presa di una mano che stringe un tesoro, ma flessibile nel tronco e sempre in movimento per assecondare le raffiche impazzite. La rigidità lo spezzerebbe. L’albero lo sa. Così danza, furbescamente. Questa scaltrezza è salvifica per chi cerca, accetta e difende il suo talento. Lo aiuta a restare in piedi, a rinnovarsi e a rimanere puro. A battagliare con il mondo si arriva a perdere di vista lo scopo e a ingrassare il rancore. Si può solo essere e mostrare, fare e contagiare. Essere quello che si è sempre e mostrare ai fabbricanti di certezze che utopia è il controllo non il sogno. Fare del proprio meglio perché altro non si deve fare e attendere fiduciosi il contagio.

In questo modo, quando arriva sera, nella terra fra veglia e sonno non si avranno affanni. Un cuore amante si addormenta senza rimorsi, perché fa quello che è ed è quello che fa. Certo non può sfuggire alla colata bollente dei pensieri e alle geometrie della mente, agli intrecci nodosi dei problemi e alle folate fredde degli imprevisti, ma la certezza di coltivare la propria unicità è una forza oltremodo confortante. In quella terra dai confini non segnati, infatti, sono in molti a perdere battiti di cuore e passi, inseguendo una nostalgia che non sanno spiegare, una sensazione amara e lontana, come l’eco di una mancanza. La voragine che si può aprire sotto piedi titubanti ingoia la volontà un boccone per volta e lentamente, fino a rendere pigro e timoroso anche il cuore meno arrendevole. È nella certezza che in ogni vita si può elevare la forza per sentire il richiamo notturno del proprio talento. Lì si può trovare la serenità del sonno di chi l’ha scelto.

Tuttavia un’ultima illusione ha il potere di far marcire anche il più abbondante dei raccolti. La fragile ma lucente fiamma del proprio scopo, anche se cercato e scelto e difeso con il fervore dei più tenaci, può spegnersi sotto il vento freddo del pensiero che sia ciecamente e unicamente a nostro beneficio. Il talento in noi celato non è la messa all’ingrasso del nostro ego né una mistura magica per magnificare l’immagine del nostro specchio. Così vissuto non è la nostra benedizione, ma il virus che modifica ciò che siamo, inevitabilmente. È piuttosto una preziosa e fragilissima grazia, il dono per cui mai dovremmo smettere di mostrare gratitudine, e sarebbe oltremodo beffardo slanciarsi e appassionarsi perché il seme porti frutto, dimenarsi e non mollare per difenderne il cuore polposo di vita e poi scoprire di essere i carnefici del nostro stesso destino. È prendendo coscienza del valore benefico collettivo di ciò che siamo davvero, senza finzioni o inganni, che compiere il nostro scopo non diventa un doveroso riconoscimento al nostro potenziale, ma un atto d’amore. Un atto d’amore verso tutti.

Perché il nostro dono è il segno della nostra autenticità. È la firma di luce sulla nostra pelle. L’indelebile impronta che ci rende unici. Sempre.

Credits

Prodotto da Luca Francioso e Claudio Signorini
Produzione artistica di Luca Francioso e Mauro Santinello
Registrato a 432Hz, editato, mixato e masterizzato da Mauro Santinello al True Colours Studio di Padova

Brani composti ed eseguiti da Luca Francioso
Storia dei brani scritta da Luca Francioso

Immagine di copertina e impaginazione grafica di Luca Francioso

Spartito
Recensioni

“Una tecnica chitarristica cristallina, con legati, glissati, percussioni, un linguaggio di suoni che Luca controlla fin nelle minime sfumature”.
— Chitarra Acustica

  1. Scrigni3:28
  2. L'inganno3:19
  3. Cercatori d'oro4:16
  4. Il tagliacarte5:01
  5. Nella terra4:08
  6. Dal fuoco3:11
  7. Falsi riflessi3:41
  8. Roccaforte3:27
  9. L'albero nel vento2:59
  10. Cuore amante3:31
  11. Il dono3:35
  12. Il segno3:52

Bonus track

La versione in chiave elettronica del brano “L’albero nel vento” arrangiata da Mauro Santinello.

  1. The tree3:06
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Il segno

Release Date : 18 Dicembre 2010
Artist : Luca Francioso
Catalog ref. : LFALB007
Format : Digital Download