Analizzando l’utilizzo che se ne fa tutti i giorni, ho avuto troppo spesso la sensazione che al termine professionista si diano dei significati assai diversi, per ognuno dei quali esiste un risvolto personale e sociale differente, a volte così lontani tra loro da apparire addirittura opposti. Sono molte le parole che in effetti fanno emergere dalla loro evoluzione semantica un simile contrasto, rivelando senza alcun filtro la fragilità e la contraddizione degli uomini e del contesto in cui agiscono.

Restando tra i confini del mondo artistico in cui vivo, già di per sé fragile e contraddittorio, musicisti e scrittori non perdono occasione per identificare se stessi e gli altri con questa parola, giocando a proprio vantaggio con le varianti della sua accezione, spesso in effetti distorta o azzardata.

Quante volte abbiamo sbottato contro osservazioni più o meno costruttive, accusando più che definendo l’altro di professionismo, con l’intenzione di riferirsi esclusivamente ad una superbia intrinseca, che tende a sconfortare le ambizioni di un amatore. Che sia una poca predisposizione al confronto oppure critiche eccessive e inopportune ad alimentarle, le parole più comunemente usate in dinamiche simili sono: “Sono tutti professionisti, adesso!”, con varianti più o meno fantasiose e colorite a seconda della vittima.

Lo stesso processo di distorsione, sebbene in direzione contraria, si compie ogni volta che esaltiamo le nostre o le altrui capacità artistiche con l’asserzione: ”Guarda che sono un professionista!”. Identificazione di questo tipo hanno l’unico scopo di rivendicare competenze e talenti, che in quel momento evidentemente non vengono riconosciuti, definendo un’accezione del termine che ha a che fare più con l’efficenza e con la scaltrezza che con altro.

Accade pure di riferirsi all’obbligo morale di fare qualsiasi cosa ci venga richiesto perché pagati, quando a volte sconsolati lamentiamo tale incombenza con parole tipo: “Non è piacevole, ma sono un professionista e lo farò” oppure, diversamente, di definire un uomo particolarmente attivo nel suo mestiere con l’esclamazione ammirata: “Sei un vero professionista!”, per lo stacanovismo e la solerzia con cui compie il suo lavoro.

Ma cosa vuol dire realmente questa parola? Il termine professionista non implica intrinsecamente superbia o efficenza, incombenze o stacanovismo, deriva semplicemente da professione [dal latino profèssus, participio passato di profitèri, “confessare pubblicamente”, “esercitare”] la cui origine è la stessa del verbo professare. Il professionista dunque è colui che confessa ed esercita pubblicamente un’attività lavorativa, ricevendo un compenso per le sue prestazioni. Nulla di più. Ma quella che sembra essere una definizione semplicistica, addirittura banale, offre in realtà un’ulteriore riflessione su cosa sia realmente il lavoro, approfondimento necessario per spingersi oltre l’accezione più comunemente diffusa.

L’origine latina del termine lavoro, labor (fatica), ha generato infatti la collettiva convinzione che lavorare sia esclusivamente una faticosa incombenza, in realtà la sua radice sanscrita labh ne rivela un interessante risvolto, considerata la straordinaria portata del suo significato. Letteralmente la radice Labh (dalla più antica radice rabh) indica l’atto di afferrare e di tener saldo, mentre in senso figurativo quello di orientare la volontà e il desiderio. Ecco che l’accezione del verbo lavorare si ridefinisce in un più vero e profondo movimento dello spirito e del corpo, volto a dare una direzione al proprio sogno, una volta riconosciuto e afferrato. Pratica in effetti difficile e faticosa da svolgere, ma di certo meravigliosa.

Alla luce di questi sorprendenti risvolti, professionista è dunque chi confessa ed esercita pubblicamente ciò che ama, vivendo a pieno il proprio talento e ricavandone un compenso. Purtroppo è piuttosto comune che del proprio talento non se ne faccia un mestiere, amarissima considerazione, per cui accade che spesso si confessino ed esercitino attitudini che poco hanno a che fare con il nostro potenziale, ma solo con l’esigenza di monetizzare la prestazione. Così come è comune che a chi vive del proprio talento di sovente venga negato il compenso, perché a far le cose che si amano pare non si possa far fatica e senza fatica nessun guadagno è giustificato.

Queste distorsioni che a molti appaiono inevitabili, ma che io considero assolutamente innaturali, non cambiano il valore etimologico del termine professionista, che auspica tra le pieghe della sua accezione la realizzazione del proprio potenziale. A pensarci, niente di più salvifico da desiderare.

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