Come sempre, ogni volta che inizio un viaggio, mi sorprende un po’ di malinconia, appena fuori dalla porta. Ormai ha un sapore familiare e ne conosco la portata, così quasi aspetto il suo arrivo, prima di partire. È una sensazione sfuggente, che avverto in lontananza e che non mi ha risparmiato neppure questa volta, quando nel primo pomeriggio, casa e famiglia alle spalle, ho preso il sentiero di questo nuovo viaggio, in direzione Bolzano.

In macchina, la malinconia e mille altri pensieri sono stati spazzati via dalla musica a palla, di cui mi sono ubriacato per quasi tutto il tragitto. Solo nei pressi di Trento ho fatto riposare le orecchie e la voce – mentre guido canto e grido come un pazzo – e la mente ha ripreso con il suo vorticoso girovagare di pensieri e idee, tanto da sembrare il mio parabrezza strisciato dalle infinite goccioline di una sottilissima pioggia.

Che meravigliosa opportunità mi offre di continuo la musica! È una cosa a cui non mi abituerò mai. Sedersi in sella alle sue note e seguirne la scia, ovunque mi porti, è un dono per cui non smetterò mai di ringraziare, non solo per le infinite interazioni che nascono lungo il cammino, ma anche perché mi insegna ad essere umile, ricordandomi ogni volta che non sono io a portare in giro la sua voce ma è la sua voce a portare in giro me.

Intontito e ancora frastornato dal torpore emotivo del viaggio, come dopo un brusco risveglio, mi sono ritrovato tra le strade piovose di Bolzano senza quasi accorgermene e, poco dopo, nel  bel mezzo del parcheggio del Centro Giovanile “Vintola 18”, circondato da ragazzi che giocavano a pallone non curanti del tempo e a pochi passi da una mia foto attaccata ad una colonna.

Per quanto inverosimile possa sembrare – l’ego dei musicisti è sempre acquattato, pronto a gonfiarsi – vedermi ritratto sui manifesti mi rende un po’ nervoso, perché certifica una certa responsabilità da cui, evidentemente, non si può sfuggire. Ho fissato a lungo la foto, tra il divertito e l’ansioso, e infine ho lasciato che il disagio si sciogliesse in un sorriso ironico, scendendo dalla macchina con la solita energia e voglia di suonare che mi porto sempre dietro.

Appena dentro la sala concerto, l’amico Diego, organizzatore della serata, mi ha accolto con un sorriso e un abbraccio affettuoso, facendomi sentire subito a casa, sensazione già alimentata, in effetti, dalle gradevoli note che provenivano dal palco. I chitarristi che avrebbero aperto la serata erano intenti a trovare il suono giusto, impreziosendo l’intera sala con una capacità esecutiva di notevole impatto, di certo fuori dal comune, considerata la loro giovane età.

È sempre affascinante scorgere negli occhi e nel cuore dei ragazzi il fuoco della musica, mi conforta lo spirito e nutre non poco la speranza e la bellezza.

Quando è stato il mio turno, tra ampli e cavi, ho cercato di scrollarmi di dosso la stanchezza del viaggio e di concentrarmi sul suono, tentando di appagare il mio gusto, privilegiando frequenze basse e avvolgenti, correggendone spessore e quantità.

Il tempo che è trascorso tra il soundcheck e il concerto è stato arricchito da cibo e incontri ed è scivolato via senza scossoni o imprevisti, lasciandomi nel limbo emotivo in cui amo sostare prima di mettermi a nudo sul palco. Così, mentre il pubblico prendeva posto tra le sedie, ho avvertito il vuoto allo stomaco che mi sorprende puntualmente pochi istanti prima di salire sul palco e ho capito che cuore, testa e mani erano pronti per la condivisione.

Appena dopo l’esibizione dei ragazzi, quando ho inserito il jack e alzato il volume della mia chitarra, ho respirato profondamente e ho dato voce alla prima nota, tentando di domare le scosse di adrenalina e le scariche nervose che nascono e muoiono improvvisamente, grosso modo tra il primo e il terzo brano.

Mi sono sentito subito dentro la musica, nonostante qualche piccola imprecisione inziale, e così ho acciuffato le note per la coda di luce e mi sono fatto trascinare come la fantasia da una cometa, lungo l’intero perimetro del cielo scuro, sempre più dentro e sempre più appagato.

Il suono era ottimo, il groove quello giusto! Avrei suonato per un’altra ora almeno, ma tra brani e storie, musica e racconti, la serata era già arrivata al capolinea senza nemmeno avvisare e la notte era fuori dalla porta, ad attendere. Allora, a malincuore, ho salutato tutti e ho infoderato il mio strumento, ho riposto i sogni e la loro fuga, rincuorato tuttavia dal nuovo viaggio che li attendeva da lì a qualche ora.

È questa la cosa affascinante di un tour, la consapevolezza che il volume è stato solo abbassato per un breve periodo di tempo. Non ne passerà molto prima di alzarlo a palla nuovamente.

[Continua…]

Risorse
Scopri il manuale fingerstyle a cui fa riferimento il tour:
Studio ostinato, 10 composizioni fingerstyle con il basso ostinato

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4 thoughts on “Ostinato tour (parte 1)

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  1. Ale 6 anni ago

    Bell'articolo, belle sensazioni. Buona musica!P.S. il titolo della locandina sarebbe stato meglio "Se son sorde suoneranno" ;-P

  2. Luca Francioso 6 anni ago

    Grazie Ale, per i complimenti e per il suggerimento: lo giro a Diego, l'organizzatore della serata. A presto.

  3. Stefano di Matteo 6 anni ago

    Bellissima narrazione! Mi sono riconosciuto tantissimo nelle sensazioni che hai raccontato. Grazie per averle condivise in maniera così sincera.