Svegliarsi con gli uccellini che canticchiano intorno ai colori del mattino e a nessun altro rumore prodotto da macchine o qualsivoglia marchingegno umano, è una sorta di trattamento terapeutico per mente e cuore, così come aprire la finestra e vederci dentro solo distese sconfinate di campi coltivati e cielo. Qualche trattore in fondo, ma nulla di più.

La notte appena trascorsa, circondata dalla campagna bolognese e durata appena una manciata di ore, ha lasciato il posto a un giorno già vivo e affaccendato, pronto ad accogliere nuovamente i miei passi tra i suoi camminamenti, sebbene ancora assonnati e stropicciati dalle lenzuola. Così, incentivato dalla fragranza dolciastra che invadeva le stanze della comunità e che lasciava presagire una colazione che difficilmente avrei dimenticato, ho avviato le mie intenzioni, dando vita all’ennesimo viaggio.

In macchina, ancora gratificato dal retrogusto persistente del dolce preparato da Lorena e ancor più dall’abbraccio affettuoso di suo marito Gianni e di tutti gli amici della comunità, non ho fatto altro che ripensare al breve tempo trascorso con loro, rivivendone nel dettaglio i momenti più intensi, note e storie del concerto compresi. Nello specchietto retrovisore era quasi visibile la scia che i miei ricordi lasciavano sull’asfalto, assieme alla speranza di assaporare nuovamente il gusto di una simile condivisione, forte e deciso come quello di un buon vino, e magari anche quello del dolce. Grandissima Lorena!

A Faenza, appena fuori dall’autostrada, nuvole scure e minacciose all’orizzonte lasciavano intuire che presto un po’ di pioggia ne avrebbe bagnato le strade, facendo riprendere fiato allo sprazzo di primavera scoppiato d’improvviso neppure qualche giorno fa e consumatosi quasi in apnea. Le distese dei filari di kiwi che di lì a poco hanno cominciato a corrermi a fianco, riuscivano comunque a conservare il fascino che ricordavo dalle mie precedenti tappe faentine, nonostante la luce trattenuta e un leggero vento che ne spettinava le foglie. Chilometri di campi, a destra e a sinistra.

In una di quelle case contadine che ogni tanto spuntano qua e là, ad aspettarmi c’erano Massimo e sua moglie Rosy, assieme al loro piccolo furetto Andrea, che in effetti ricordavo piccolissimo e che invece, appena sceso dalla macchina e dopo pochi secondi di timidezza, non ha fatto altro che trottare tra le mie gambe, un po’ come fanno i miei figli quando vogliono che giochi con loro, chiamandomi sempre per nome e cognome, tutt’attaccato. Uno spasso dagli occhioni spalancati, sintetizzato in poco meno di dieci chili e poco più di due anni d’età.

Ormai da tempo, grazie alla divulgazione costante e appassionata proprio di Massimo, i concerti a Faenza sono diventati una piacevole e annuale abitudine, così come piacevole è l’occasione di rivedere con una certa regolarità i miei amici, verso cui provo un senso di riconoscenza e di affetto esagerati. L’ospitalità e la disponibilità che ogni volta mi dimostrano si spingono sempre di più verso il confine tra amicizia e famiglia, confondendo spesso in queste spedizioni l’una con l’altra, senza sforzi da galateo o altre formalità dovute a un ospite.

Dopo essere stato viziato da un pranzo coi fiocchi e da una serena compagnia, e non prima di essermi rilassato su un divano traditore, io e Massimo siamo andati in teatro per montare l’attrezzatura e trovare i suoni giusti per il concerto, gli ingredienti necessari per un buon live.

Era un po’ di tempo che non suonavo sul palco di un teatro, avendo di recente inseguito la musica in luoghi molto diversi, eppure non mi ero scordato del fascino della platea vuota in attesa di viandanti a cui dare un rifugio e del boccascena da riempire con una storia da raccontare, per alimentare i loro sogni. Niente è più coinvolgente, niente mi intimorisce di più.

Ed è con questa attesa fremente e timorosa che, circa un’ora dopo, mi si sono seduto in ultima fila a osservare la gente prendere posto, nella penombra, mentre la chitarra già sul palco era pronta a essere percossa. Il vibrante senso di gratitudine avvertito al pensiero che tutte quelle persone fossero lì per me, mi ha scosso. Non facevo che chiedermi quale potesse essere il motivo che li aveva spinti lì, quale fossero le loro aspettative. Di certo la loro curiosità ha confortato il battito accelerato del mio cuore e calmato il mio respiro affannato, perché qualsiasi concerto si nutre di un pubblico predisposto ad ascoltarlo, pronto a seguirne le note, qualunque sia la loro destinazione.

Quando ho suonato la prima nota, appena salito sul palco, ho capito che non sarebbe stata una serata come le altre. La musica usciva dalle mie mani e dalle corde con una leggerezza e una facilità rare, mi sentivo dentro ogni singolo accordo, tutt’uno con la ritmica. Il suono era caldo e avvolgente, pieno di armonici, e le frequenze basse sostenevano con forza e delicatezza le mie melodie, senza disperderle. Sentivo il respiro di tutti i presenti andare a tempo con il mio e, storia dopo storia, applauso dopo applauso, abbiamo stretto un’alleanza che è durata fino all’ultimo pezzo, sempre più forte, sempre più condivisa.

Avrei suonato ancora delle ore, immerso com’ero in quel mare e in quel tepore, ma ho dovuto cedere all’immutabile realtà che ogni cosa è destinata a finire, anche quella più intensa ed emozionante. Così, strappato l’ultimo accordo, mi sono chinato ansimante, appagato come poche volte e ho dato le spalle a una serata generosa e a un concerto che ancora adesso, tra i cuscini del letto, mentre aspetto che il sonno conforti i miei muscoli affaticati, fa vibrare le corde del mio spirito, già pronto in effetti al viaggio che mi attende domani.


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