Questa mattina mi è venuto un colpo. Ho sentito davvero la voce di una bimba che mi chiamava in lontananza, incredibilmente alle sei in punto, come accade a casa mia ogni mattina. Non era un ricordo o un abitudinario presentimento, ma una voce distinta che sillabava tuonante e piuttosto irrequieta la parola “papà”.

Mi ci è voluto qualche secondo di apnea, in piedi accanto al letto e pronto a scattare verso l’immagine nebulosa della mia cucina, per capire che non ero impazzito e che era solo la bimba dei miei vicini di camera. Per un attimo ho davvero creduto di essere sul set di un film horror, con l’angosciante figura di una bambina pallida dagli occhi scuri e una bambolina in braccio pronta ad apparire da un momento all’altro nell’angolo in penombra della stanza.

A stemperare l’inquieta atmosfera, assieme a un sorriso tra l’incredulo e il divertito, è stato l’inatteso rifiorire della piacevolezza assaporata ieri tra workshop e concerto, sbocciata quasi con impeto nella memoria, che con la sua luminosa scia ha spento definitivamente la notte e dato il sonoro fischio d’inizio alla mattinata.

Non c’è niente di più gratificante che affacciarsi a un nuovo giorno con l’inebriante profumo di un bel ricordo ancora sulla pelle, i volti di tutti i recenti incontri negli occhi e nel cuore la condivisione ancora pulsante, in sincrono con i suoi battiti. È un meraviglioso incentivo per dare il meglio di sé, un’altra volta, per un altro giro di sole. Così, deciso a fare il turista per l’intera mattinata, mi sono vestito in tutta fretta, ancora inebetito dalla gioia, ho sbrigato le faccende burocratiche del check-out alberghiero e ho preso il primo autobus per il centro.

Dopo qualche minuto ero già tra le vie affollate di Bolzano, assieme alla primavera e al suo tepore improvviso. Il giaccone e la sciarpa di lana che ieri notte, dopo il concerto, a stento mi avevano protetto da un freddo vento invernale, adesso mi toglievano il fiato con il loro peso, inumidendomi collo e fronte con il loro eccessivo calore. Ho camminato a lungo con questa soffocante sensazione, preferendo sudare piuttosto che spogliarmi e avere l’impiccio di sciarpa e giacca tra le mani, fino a quando, tra le sagome ingombranti della gente che mi circondava, ho riconosciuto Diego, a cui avevo dato l’arrivederci a un nuovo incontro solamente qualche ora prima.

Naturalmente non ci siamo fatti scappare l’occasione di bere qualcosa assieme, non prima però di aver provato qualche chitarra nel negozio di strumenti musicali a due passi da lì. Non c’è niente da fare, a certe tentazioni non si può far altro che cedere!

Diego è proprio una persona speciale. Solare, sempre sorridente, pronto in qualsiasi momento a spendersi per gli altri, gratuitamente e senza risparmiarsi mai. È spinto da un raro e appassionato desiderio di creare le circostanze perché nuove occasioni possano germogliare, cosicché tutti possano beneficiare di nuovi stimoli. È un tipo tosto davvero e averlo rivisto è stato decisamente il modo migliore per chiudere due giorni di musica, storie e incontri che ricorderò a lungo.

Dopo un panino veloce e un rapido giro in corriera, sono salito in macchina puntando a sud, direzione Verona. Giunto fra le sue strade, al termine di un viaggio con gli occhi aperti solo per metà, ad accogliermi c’era lo stesso sole e lo stesso calore lasciati a Bolzano, forse il definitivo segno dell’insediamento di una primavera ritardataria, ma pur sempre gradita.

Vista la splendida giornata ho fatto una breve passeggiata lungo l’Adige, prima di suonare il campanello dell’associazione “432”, tra le cui stanze, qualche ora dopo, ero già pronto a suonare per un pubblico attento e coinvolto, sebbene poco numeroso.

Ero ansioso di conoscere questa nuova realtà culturale veronese, di apprezzarne le proposte e di stringere la mano ai suoi promotori, avendo io deciso ormai da tempo di sincronizzare i miei strumenti sulla frequenza di 432Hz (leggi “432Hz, l’Accordatura Naturale”), così da entrare in risonanza con me stesso e con il mondo. I ragazzi che mi hanno accolto, Riccardo, Simona e Patrizia, mi hanno fatto sentire subito uno di loro con una cordialità e un’ospitalità davvero fuori dal comune.

Nonostante qualche imprecisione di troppo, l’esecuzione ha retto un po’ di stanchezza accumulata in questi giorni e il concerto si è evoluto emozionalmente come io speravo, sulle note e sulle storie cucite su misura, improvvisando sull’unicità emotiva respirata durante la serata.

I miei riferimenti sono sempre stati gli occhi delle persone, dentro cui è possibile vedere il grado di coinvolgimento, l’intensità della condivisione e la direzione del viaggio. Ecco perché non amo suonare con il buio in sala, ho bisogno dell’interazione visiva, di una rotta illuminata per capire dove puntare la prua del mio vascello.

Così, con rapide carrellate sugli occhi delle persone, mi sono più volte assicurato che ci fosse almeno il fuoco di una scintilla dentro, perché perderne la luce anche di una soltanto avrebbe potuto compromettere l’equilibro emotivo e dinamico che con tutto me stesso ho cercato di tenere vivo fino alla fine, con continui cambi di direzione e di scaletta.

È stata una serata davvero intensa, arricchita dalle frequenze delle campane tibetane che Riccardo, al termine del concerto, ha fatto vibrare per noi. Un’esperienza pazzesca!


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