Sono sopra l’oceano Atlantico, adesso. Sotto i miei piedi, dopo un opportuno pavimento di acciaio e tecnologia, undicimila metri di vuoto e vertigine mi separano da un mondo d’acqua che non so neppure immaginare. L’enorme muso dell’aereo e le sue ali giganti tagliano l’aria a circa novecento chilometri orari e a breve sorvoleranno la distesa ghiacciata della Groenlandia.

Il mio orologio, che segna ancora l’ora italiana, mi conforta e mi aiuta, perché il tempo comincia a confondersi qui sopra, un meridiano dopo l’altro, espandendosi e contraendosi tutt’intorno. Lungo la rotta del mio viaggio, di fronte non è ancora mezzogiorno e alle mie spalle, la mia famiglia, con ogni probabilità ha appena finito di cenare. È strano. È un po’ come viaggiare nel tempo, solo che non sono su una Delorean.

Appagato da un film in lingua originale e da un minuscolo pasto monodose consumato all’incirca a metà percorso, mi lascio sorprendere da un piacevole tepore, una sensazione lontana ma definita, che lentamente diventa prima un pensiero, poi un’emozione intensa. È piacevole riconoscerla, quando ti avvolge. È lei, è la felicità. E ammetterlo è ancora più liberatorio. Sì, sono felice.

Non che in questo periodo stia girando tutto come deve, difficoltà e apnea certo non mancano tra i confusi sentieri di ogni giorno. Tuttavia adesso, su questo aereo, in coda alla ritrosa marcia del tempo, la gioia di inseguire senza sosta la scia del mio sogno è così forte, così totale da apparire definitiva, da illudermi che non mi abbandonerà mai. E il mio sogno è lì che sta andando. In America.

L’ho sempre detto a me stesso: se mai andrò in America sarà la musica a portarmici, nient’altro. La consapevolezza che tale ambizione si stia compiendo è così gradevole! Fra circa sei ore atterrerò a Los Angeles e poi in macchina raggiungerò Anaheim, dove domani mattina – mai come in questo momento mi rendo conto della relatività dei riferimenti temporali – comincerà il NAMM Show 2014 e sarà lì che suonerò. Per quattro giorni. Quattro giorni di giostra.

Devo ammetterlo, però: parte di me è un po’ intimorita. Lo era prima di partire e lo è ancora adesso. Sfidare i miei limiti linguistici, in effetti, rappresenta un ostacolo impervio lungo qualsiasi viaggio fuori dal confine. Anche mitigare l’ansia di rimanere infilato come una sardina per quattordici ore su un proiettile sparato a mille chilometri orari non è cosa semplice. Ma è un’altra la faccenda che mi mette a disagio, che mi stordisce. La distorta visione di prevenzione e protezione.

Certo, l’uomo è capace di qualsiasi idiozia e il mondo ne ha fatto esperienza, ma anche esagerare è una peculiarità fra le più comuni, dannose come poche. Non è possibile che prendere un aereo oggi significhi accettare il peso di un’illusoria colpa personale e collettiva, così nascosta da non essere subito identificabile, ma presente quanto basta a essere palpabile e che tutti dobbiamo pagare.

Essere un passeggero vuol dire essere un sospettato, è un dato di fatto, così come l’incombenza di scagionarsi dall’implicita accusa di essere un delinquente, un dirottatore, un terrorista. L’ossessione della sicurezza ha distorto le dinamiche, ha sfuocato lo scopo e sovvertito modi e toni di interazione.

Oggi pomeriggio, al check-in a Londra, ho assistito a scene così assurde che a un certo punto ho temuto che mi volessero tagliare le unghie della mano destra per il timore che potessi usarla come arma, a bordo. E credo che non sarà molto diversa l’accoglienza dei poliziotti allo sportello immigrazione dell’aeroporto di Los Angeles, attenti come sono a stanare l’uomo cattivo. Va beh, bisogna farsene una ragione.

Mi accorgo che riflettere su queste aberrazioni mi ha messo appetito, così smetto di pensarci, speranzoso di poter mettere qualcosa sotto i denti. Il fatto è che l’intero aereo è in penombra adesso e i suoi abitanti silenziosi. Dubito che potrò sfamare il mio sfizio.

Il mio orologio mi ricorda che in Italia la sera sta cedendo il passo alla notte, solo che dall’oblò si vede una leggera luce che sa di giorno. Forse è tempo di smettere di scrivere. Forse è meglio provare a dormire. E sognare l’America.


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