L’etimologia della parola “adesso” [dal latino “ad-ipsum” (in questo), a cui si sottintende “momèntum” (momento) o “tèmpus” (tempo): “nel momento in cui si parla”) non sorprende affatto, perché ci consegna un’accezione che in effetti non è diversa dal comune significato che se ne intuisce.

Quello che sorprende, piuttosto, è l’utilizzo costantemente distante da quel che realmente vuol dire, perché — c’è da non crederci — con il nostro “adesso” indichiamo raramente il momento in cui parliamo, ma lo riferiamo abitualmente a un futuro prossimo, assai vicino al presente, ma avanti nel tempo quanto basta a non essere subito.

È sufficiente una rapida scansione dei nostri dialoghi per comprendere la reale portata di questa contraddizione, in cui spesso usiamo la parola “adesso” solo per rimandare una faccenda noiosa o un appuntamento increscioso. Le espressioni: «Sì, adesso lo faccio» e «Adesso arrivo» sottintendono il più delle volte un celato: «Aspetta un attimo!». Così come quando spingiamo i nostri propositi nel futuro, intenzioni in cui il termine “adesso” precede sempre gli impegni e le incombenze che dobbiamo sbrigare prossimamente («Adesso andrò» o «Adesso farò»).

Questa distorta visione dell’immediato fotografa con una certa efficacia la nostra difficoltà di vivere il presente, quel tempo che non facciamo che trascinare in avanti, a qualche passo da noi, appena al di là del subito e qualche istante prima del dopo.


One Reply to “Ma quand’è il nostro “adesso”?”

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