L’etimologia della parola adesso (dal latino ad [ad] e ipsum [esso], a cui si sottintende momèntum o tèmpus, che significa “al tempo stesso”, “nel momento in cui si parla”) non sorprende affatto, perché ci consegna un’accezione che in effetti non è diversa dal comune significato che se ne intuisce.

Quello che sorprende, piuttosto, è l’utilizzo costantemente distante da quel che realmente vuol dire, perché – c’è da non crederci – con il nostro “adesso” indichiamo raramente il momento in cui parliamo, ma lo riferiamo abitualmente ad un futuro prossimo, assai vicino al presente, ma avanti nel tempo quanto basta a non essere subito.

È sufficiente una rapida scansione dei nostri dialoghi per comprendere la reale portata di questa contraddizione, in cui spesso usiamo la parola “adesso” solo per rimandare una faccenda noiosa o un appuntamento increscioso. Le espressioni: «Sì, adesso lo faccio» e «Adesso arrivo» sottintendono il più delle volte un celato: «E aspetta un attimo!». Così come quando spingiamo i nostri propositi nel futuro, intenzioni in cui il termine “adesso” precede sempre gli impegni e le incombenze che dobbiamo sbrigare prossimamente («Adesso andrò» o «Adesso farò»).

Questa distorta visione dell’immediato fotografa con una certa efficacia la nostra difficoltà di vivere il presente, quel tempo che non facciamo che trascinare in avanti, a qualche passo da noi, appena al di là del subito e qualche istante prima del dopo.

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One thought on “Ma quand’è il nostro “adesso”?

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  1. Angelo Antonazzo 6 anni ago

    la vita è un susseguirsi di "adesso", l'eternità non è oltre il futuro ma quì nell' "adesso"! Adesso è l'unico tempo ad esistere e l'unico tempo in cui non so stare…ma allora dove sono? "Adamo..dove sei!?"