C’è un’insana intolleranza che fatico ad accettare,
quell’usuale atteggiamento ormai normale per chiunque:
farsi scherno a labbra strette di chi tenta di parlare
un inglese un po’ stentato ma azzardato poi comunque.

Non importano l’impegno o propensioni mai esistite,
né il coraggio di rischiare una pessima figura,
per chi sbaglia una parola solo occhiate indispettite,
perché regole e pronuncia sopraffanno la premura.

Ma se il mio interlocutore parla male l’italiano,
non ne irrido i tentativi, perché il suo non è un dovere:
non ridurre uno straniero a un estraneo più lontano
è un riguardo che va oltre una lingua da sapere.

Farne uso con destrezza è di certo conveniente,
ciò prescinde tuttavia da una replica scortese,
con più garbo il linguaggio più parlato dalla gente
diverrebbe in tutto il mondo il rispetto e non l’inglese.


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