Non è certo l’esercizio quotidiano sul proprio strumento l’attività principale di un musicista che si muove nel sottobosco culturale odierno. Ad oggi, più dello studio, è la promozione a impegnare la maggior parte del suo tempo, la ricerca di un’efficace strategia comunicativa che sia in grado di divulgare la propria musica e al tempo stesso di scovare contatti sufficienti a garantire un minimo di date annuali. Sì, perché tra sito, blog e vari social da gestire, email da scrivere, telefonate e sopralluoghi da fare, le giornate lasciano poco spazio alla pratica musicale, il più delle volte trascurata per la reale difficoltà di pagare un professionista del marketing e non certo per una particolare vocazione per il fai da te.

Ma se dedicarsi alla promozione può rivelarsi molto interessante, trattandosi in effetti di un esercizio creativo, indagare costantemente su disponibilità e spazi di possibili location concertistiche e interagire con chi ne gestisce la programmazione è una faccenda assai delicata, a volte perfino irritante, capace com’è di mettere a dura prova la pazienza dei manager più scafati, figurarsi di un musicista che ne scimmiotta suo malgrado le competenze. Superficialità e diffidenza, difatti, sono i frequenti atteggiamenti contro cui si scontra qualsiasi volontà di proposta, indipendentemente dalla natura e dalla qualità della musica.

Questa complicata interazione è generata dai cinque passi di una formalità comune a quasi tutti i tentativi, un iter che dietro l’apparenza di una normale routine comunicativa cela la sconfortante necessità di dover inseguire a perdifiato chi presidia i colli d’imbuto dell’attenzione pubblica, esperti nel farti rimbalzare da un punto all’altro come una pallina dispettosa. L’inesorabile successione della procedura prevede:

1) Spedire un’email al referente della location individuata per far conoscere la proposta musicale.
2) Telefonare al referente per sondare sull’effettiva presa visione della email.
3) Recarsi sul luogo per parlare a quattrocchi con il referente ancora incerto.
4) Telefonare nuovamente per avere un riscontro dell’incontro.
5) Aspettare.

Nonostante la consapevolezza che quasi certamente non verrà considerata, ammesso che venga letta, l’email da inviare per promuovere la proposta musicale è cosa normale in effetti, un punto di partenza necessario a qualsiasi trattativa, se non fosse che raramente serve a qualcosa. Quando non viene cestinata, infatti, il più delle volte si confonde e si perde tra le innumerevoli proposte simili, segnalate in moltissime email simili, i cui link a video e brani da vedere e ascoltare solo di rado vengono aperti e valutati. Un po’ triste, ma ci sta.

Così, generalmente dopo una settimana circa di silenzio, una telefonata è necessaria per capire quale sorte sia toccata all’email di proposta che a quanto pare, sebbene uffici e segreterie siano ogni volta differenti, sembra non giungere mai a destinazione, in nessuna occasione. Una percentuale di fallimento del tutto improbabile a cui tuttavia occorre adeguarsi per rimanere dentro il gioco delle parti e conservare la possibilità di un ingaggio.

La puntuale richiesta di una seconda email però quasi mai viene assecondata, considerata l’alta probabilità di un nuovo buco nell’acqua, perché si è convinti che il faccia a faccia con chi gestisce la programmazione sia di gran lunga più efficace e quindi da preferire. Il fatto è che, una volta incontrato, raramente il tizio in questione ricorda email viste e cestinate o telefonate di cui ha definitivamente cancellato le intenzioni, per cui il più delle volte il rendez-vous finisce con la stantia richiesta di una email di presentazione da inviare (ancora!), così da poter valutare la qualità della musica.

Ora, se lo sconforto non ha azzoppato la forza di volontà e la pazienza non ci è rimasta secca, per evitare di rimbalzare al primo passo di questa irreale procedura e allo stesso tempo per non rischiare di perdere definitivamente il contatto, un’ultima telefonata appare inevitabile, probabilmente perché la fiducia che crea un qualsiasi incontro, sebbene inconcludente, autorizza la visione degli scenari più favorevoli. Tuttavia anche quest’ultima ambiziosa incombenza raramente si rivela definitiva, così alla trattativa non rimane che un destino di rimandi e di attese spesso mai compiute.

Incredibile davvero. Né un sì né un no per intere settimane, a volte mesi. Certo, ognuno decide secondo i filtri che ritiene più opportuni o efficaci la musica da proporre negli spazi che gestisce, ma non è questo diritto a irritare e snervare un promoter, improvvisato o meno che sia, bensì l’indifferenza con cui viene costantemente liquidato, il sentirsi così poco considerati da non meritare neppure un rifiuto, evidentemente perché, così come accade nel mondo dell’editoria (leggi “Vale più l’idea o il denaro che serve a divulgarla?”), il privilegio di poter creare occasioni nuove viene di frequente confuso con il potere esclusivo e scriteriato di poterle reprimere e di lasciarle inespresse.

Se una proposta non interessa, perché non dirlo subito e chiaramente? Perché tergiversare e rimandare sempre? Forse perché esiste la maliziosa consapevolezza che la confusione di intenti di questa trafila, a conti fatti, non fa che rendere inopportuna la proposta, costretta a una rincorsa che alla lunga si rivela fuori luogo per la sua insistenza. Un buon metodo, in effetti, per sbarazzarsi di chicchessia senza sporcarsi le mani, conservando l’apparente pregio di voler alimentare un’attività culturale attenta a qualsiasi voce nuova.


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