È ormai cosa normale competere per voler primeggiare, in ogni settore, specie in quello musicale. Si tende a nascondersi dietro la buona educazione, quando va bene, ma la competizione è una componente fortemente presente tra musicisti, inutile fingere che non sia così. Si compiono dei taciti duelli in cui garbatamente si tende a ostentare competenze, collaborazioni, progetti prodotti o in produzione, eccedendo nella considerazione del proprio contributo con lo scopo di innalzarlo, ridimensionando nel contempo quello dei colleghi.

All’interno di queste pericolose dinamiche, quasi mai ammesse dai musicisti per un comprensibile pudore e una palese sconvenienza, con “presunzione” e “umiltà” si identificano gli atteggiamenti opposti entro i quali queste interazioni prendono vita, etichette che una volta incollate dietro la schiena di qualcuno difficilmente si scollano e, anche quando si riesce nel tentativo, qualche segno tende a rimanere sempre.

Nonostante la scrupolosa attenzione a non scivolare dentro questo tunnel senza uscita, più volte anche io sono stato tacciato di presunzione, anche quando ho provato strategicamente a non prendermi sul serio, ridimensionando prima che lo facessero gli altri ogni dettaglio della mia proposta artistica, convinto — a torto — di schivare l’ennesimo giudizio. Ma non è così che funziona, non è fingendo di non conoscere il proprio valore che si evitano etichette dietro le spalle, anzi spesso questo atteggiamento è il primo sintomo di un’eccessiva stima di se stessi. Fingendo si perde sempre.

In effetti non ci risparmiamo mai quando è il momento di decretare giudizi, ma i termini presunzione e umiltà, come così competizione, non sono di semplice lettura e per questo, per la loro considerevole portata, meritano un’attenta e accurata riflessione.

L’etimologia della parola presunzione rivela l’intenzione del prefigurarsi, immaginarsi qualcosa cioè prima che diventi vera. È un esercizio di supposizione (presumo che…, presumo di…) in effetti che facciamo sempre, tutti i giorni, quando ad esempio immaginiamo un incontro importante prima che accada, magari un concerto prima che si compia, con lo scopo di determinare reazioni preventive, così da non essere impreparati ad ogni eventuale possibilità.

L’evoluzione da questa quotidiana e semplice accezione ad una più cruda e sconveniente, passa attraverso la convinzione che l’immagine prefigurata debba diventare mia a tutti i costi e senza eccezioni, una pretesa di appartenenza verso ciò che non mi spetta e verso ciò che non è mio, che non ha criterio né prove tangibili. Spesso, infatti, accade di farsi prendere la mano dal desiderio che tutto vada bene, tanto da distorcere la speranza in certezza assoluta che ogni cosa debba compiersi così come io ho supposto, senza eccezioni, innescando una pericolosa brama dell’immagine di successo generata.

In termini giuridici, la presunzione è ciò che si suppone vero basandosi su semplici indizi e fino a prova contraria. Eccolo il problema: la prova contraria. Quando infatti ciò che abbiamo presunto da piccoli indizi (il sentirsi pronto, ad esempio) si compie secondo dinamiche non previste, sorpresi dalla prova inconfutabile che niente di quanto supposto è realmente accaduto, e tuttavia ci ostiniamo a pretendere quell’immagine di successo rivendicandola come nostra e come nostra soltanto, allora e solo allora la presunzione diventa quella scriteriata e spocchiosa compagna che tutti conosciamo, in effetti dannosa come pochi.

La presunzione, dunque, non è sempre un atteggiamento da disprezzare, a patto naturalmente che si riesca ad accettare con equilibrio l’eventualità di non essere adeguati o all’altezza, la possibilità reale insomma di alternative al presupposto. Avere piena fiducia nelle proprie capacità e credere prima di mettersi in gioco di potercela fare, perché se non ci credi tu non ci crederà nessun altro, è importante per chi sceglie di denudarsi di fronte al mondo con il proprio linguaggio artistico, per certi aspetti è addirittura indispensabile. “Sana presunzione”, così si potrebbe definire questo slancio necessario.

Lo scrittore irlandese George Bernard Shaw diceva: “Tu vedi cose che esistono e ti chiedi ‘Perché?’ Io sogno cose mai esistite e mi chiedo ‘Perché no?’”. Non è una magnifica intuizione di una “sana presunzione”?

Pensiamo alla parola tracotante (dal latino tra [oltre] e cogitans, participio presente di cogitare [pensare], “pensare oltre”), anonimo sinonimo di presuntuoso, ma che nella sua etimologia nasconde un’inaspettata radice positiva, che trasforma l’arrogante in un pensatore coraggioso che tenta di spingersi con l’immaginazione oltre i suoi limiti. Difficile trovare un connotato negativo in questo nobile processo (senza il quale non ci sarebbero state persone in grado di correre 100 metri in meno di dieci secondi, persone capaci di scalare vette altissime, di dipingere un capolavoro, di creare una sinfonia da sordi), motore primo che spinge da sempre gli uomini ad eccellere, in ogni campo, purché si sia in grado di accettare la possibilità di non riuscire in tale tentativo.

Percorrendo un altro sentiero, anche se per il momento non lo definirei opposto, la parola umile (dal latino humi [a terra], derivante da humus [terra]), è legata alla terra e alla cura priva di superbia che se ne deve avere, pari al rispetto e alla gratitudine che un contadino dimostra nel maneggiarla. In sanscrito, il termine bhumi significa “terra”, e la creatura della terra è Bhuman, da cui umano. L’umile, dunque, è qualcuno o qualcosa autenticamente legato alla propria natura e quindi alla propria origine. Insomma, umile è chi è se stesso.

Il superbo (dal latino super [sopra] e bus, dalla radice sanscrita bhú [essere], “stare sopra”), al contrario, non si cura del rapporto “uomo-terra”, avendo una natura più “aerea”, e nell’elevare esageratamente se stesso spesso denigra e mortifica l’altro.

C’è da dire che anche l’accezione di umile ha avuto un’evoluzione importante e di direzione opposta. È stato Gesù di Nazareth, attraverso i suoi insegnamenti, a nobilitarne le intenzioni, spostandone il significato da uomo di bassa condizione e di sentimenti poco elevati a uomo che sa saggiamente riconoscere la grandezza di Dio e dell’intero universo, senza il bisogno di sollevare il proprio ego, peccando così di superbia.

Forse è nella superbia, dunque, più che nella presunzione, che va ricercata la direzione opposta all’umiltà, il suo contrario, ed è quest’atteggiamento che andrebbe evitato nelle nostre interazioni, in effetti sovraccariche di simili dinamiche. La differenza tra la superbia e una “sana presunzione” è sottile e vive davvero al limite, ma saperla riconoscere non può che alimentare rapporti più sani e meno subdoli, tanto da salvaguardare anche la reale portata dell’accezione di competizione, anch’essa in effetti fraintesa e troppo spesso accettata per il suo lato peggiore.

Il termine competizione, infatti, ha la stessa origine di competenza, il verbo competere (dal latino cum [insieme] e petere [andare verso], “perseguire un obiettivo comune”), che definisce un atteggiamento valido tecnicamente ed eticamente, volutamente responsabile e coerente con i valori di gruppo. Dunque “competere” non è che il tentativo di eccellere, perseguendo le proprie ambizioni, con lo scopo di ottenere risultati sempre migliori, nel pieno rispetto delle regole e dei contendenti.

Ecco che il cerchio si chiude. Sarebbe sufficiente essere se stessi e leali, alzando ogni volta l’asticella delle proprie ambizioni e credendo sempre di potercela fare, accettando eventuali fallimenti e rispettando in ogni occasione le altre persone. Difficile, in effetti, ma davvero possibile. Pensando alla musica e ai musicisti, quale meravigliosi luoghi di condivisione genuina diventerebbero tutti i meeting o le rassegne, oppure le condivisioni in rete o semplicemente gli incontri, rimanendo fedeli a queste semplici indicazioni?

Insomma, si può osare una sana presunzione senza offendere o contrariare nessuno, si può essere competitivi rispettando tutti, purché non si smetta mai di essere umili, cioè semplicemente e unicamente se stessi.

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