A seguito della mia nuova collaborazione con il brand italiano “Eko Guitars”, azienda con cui mi auguro di intraprendere un viaggio ricco di soddisfazioni che possa gratificare entrambi, ho avuto l’occasione di fare una serie di riflessioni sui vari strumenti che ho utilizzato in questi ventidue anni di percorso artistico, nonché sull’attività di endorsement che ho svolto, con tempi e accordi differenti, per il brand di alcuni di essi.

L’occasione me l’hanno fornita un paio di commenti ai primi post che ho pubblicato in rete in merito al mio nuovo strumento, in cui si è parlato, con toni civili e costruttivi per altro, di eventuali “tradimenti” nei confronti della chitarra appena sostituita, del pericolo di eccedere nel passare da un brand all’altro e di possibili strategie di marketing che possono o meno spingere a tali cambiamenti.

Prima di condividere le mie riflessioni, credo sia importante farne una sulla parola endorsement, per comprendere al meglio il significato che dovrebbe avere questa attività.

L’etimologia del verbo inglese to endorse (dal latino en [in] e dossum, variante di dorsum [dorso], “firmare a tergo”), rimanda all’immagine di chi è pronto a mettere la firma per approvare un progetto o un prodotto, avallandone la validità con un sostegno pubblico. L’endorser, dunque, è il garante chiamato a dare credibilità a un’idea.

Naturalmente, il meccanismo che agisce sulla portata della credibilità del progetto o del prodotto che si promuove dipende da due fattori estremamente fragili, perché arbitrari, ovvero reputazione e consenso: più l’endorser è apprezzato dall’opinione pubblica maggiore sarà la credibilità che sarà in grado di trasmettere.

Questa fragilità di fondo, però, finisce con il generare scenari diversi che distorcono o addirittura ribaltano ruoli e scopi. Di frequente, infatti, non è l’endorser a dare credibilità all’azienda, ma  accade che, quella dell’endorsement, si riduca a un’attività a cui ambire per ottenere divulgazione e prestigio attraverso la collaborazione con aziende rinomate, spostando così il focus dalla qualità del progetto o del prodotto alla celebrità del brand.

Oppure succede che siano le aziende a reclutare quanti più endorser possibili, indipendentemente dalla loro reputazione e dal loro consenso, con lo scopo di garantirsi acquirenti che possano allo stesso tempo divulgare il proprio marchio, confidando dunque su schiere di testimonial con un impatto economico sostenibile, se non addirittura a impatto zero.

In effetti sono queste le situazioni che con maggiore frequenza ho riscontrato in questi ventidue anni di percorso artistico. Non giudico questi scenari, non è mia intenzione. Constato, semplicemente.

Ho visto innumerevoli volte musicisti ambire a diventare endorser di un brand famoso per rimediare una certa divulgazione e poi, una volta ottenuto il ruolo di garante, preferire altri strumenti per le proprie performance. O anche aziende arruolare endorser in massa per poter giocare sui numeri degli artisti che ne preferiscono strumenti e accessori, limitando o a volte negando supporto alla loro attività a causa di numeri insostenibili.

Sono consapevole dei cambiamenti del mercato, soprattutto quello musicale, e della difficoltà generale di tenere in piedi una qualsiasi attività artistica e commerciale. Ognuno compie scelte quotidiane per ottimizzare e salvaguardare il proprio contributo ed è per questo che mi limito ad annotare e a prendere atto di queste evoluzioni senza giudizio, anche perché se questo tipo di accordi va bene a chi li stipula non spetta certo a me stigmatizzarli.

Ciononostante è possibile affermare che tali scenari sono distanti dalla reale accezione di endorsement, a volte perfino opposti. È probabile che si siano evoluti per sopravvivere ai mutamenti delle dinamiche di mercato, assumendo nuovi e inaspettati risvolti che ora appaiano più che normali, sta di fatto che esiste una palese differenza tra significato e interpretazione.

Tornando ai commenti ai recenti post che ho pubblicato, in cui presentavo la mia nuova chitarra Eko, tre sono i concetti a cui quelle parole si sono riferite, benché fosse piuttosto evidente la buona fede e il semplice desiderio di confronto di chi li ha scritte:

  • La fedeltà, quella che può venire meno se si “tradisce” uno strumento con cui tanto si è condiviso.
  • La superficialità, ovvero la leggerezza di cambiare troppo spesso un brand.
  • L’opportunismo, la scelta cioè di intraprendere collaborazioni con chi può garantire maggiore visibilità, indipendentemente dalla qualità dello strumento o delle opinioni che si hanno in merito.

Appena decodificati, ho subito colto la possibilità di potermi confrontare con questi filtri, perché mi permettono di fare un’analisi sulle decisioni che ho preso nel corso del tempo, scelte professionali nonché umane di cui sono fiero e che non rinnego, in nessun modo.

In questi anni ho suonato moltissime chitarre, con corde in metallo e con corde in nylon, per pochi mesi o per molti anni, amandole tutte, dalla prima all’ultima. Citandole in ordine cronologico, ho utilizzato strumenti dei brand: Seagull, Ovation, Taylor, Alhambra, Breedlove, Martin, Liuteria Lanaro, Liuteria Colombo, Manne, Journey Instruments, Noemi Guitars, Cole Clark ed Eko Guitars, stipulando accordi di endorsement più o meno ufficiali e più o meno duraturi solo con alcuni di essi: Liuteria Lanaro, Liuteria Colombo, Manne, Journey Instruments, Noemi Guitars, Cole Clark ed Eko.

Tralasciando gli accessori come cavi, capotasti e ampli, attualmente sono endorser delle chitarre di Journey Instruments, che mi fornisce strumenti da poter portare in aereo perché smontabili, ed Eko Guitars, che mi fornisce le chitarre principali per la mia attività.

Per quanto riguarda il concetto di fedeltà, per me la chitarra è uno “strumento” e come tale l’ho sempre usata. Non l’ho mai vissuta come una sposa a cui restare fedele, piuttosto come una bellissima compagna di viaggio. Ma di viaggi c’è ne sono tanti da fare e spesso è opportuno (o necessario) fare cambiamenti, prima di affrontarne un altro, anche perché negli anni cambiano i gusti e le esigenze. Per me è importante non tradire i miei sogni. 

Riguardo la superficialità, potrei parlare della libertà di dirigersi lì dove si crede ci sia il suono giusto per realizzare un determinato progetto o semplicemente per assecondare un gusto temporaneo, tuttavia mi limito a dire, a completamento di quanto scritto a proposito della fedeltà, che lo strumento non è il fine.

E poi, l’opportunismo. Mai, per nessun motivo, ho architettato strategie di marketing più o meno furbe, ma ho sempre suonato chitarre che ho amato e che mi hanno aiutato a realizzare la mia musica nel tempo in cui è stata pensata e composta. Ho sempre ambito a collaborazioni costruttive per tutti e sono profondamente grato per tutte le persone che ho incontrato e con cui ho collaborato.

Ho di certo commesso errori lungo questo percorso, magari qualcuno di cui non mi sono perfino accorto, e non sempre ho avuto le idee chiare su ciò che desideravo, ma l’intento è sempre stato quello di essere onesti e professionali.

Dunque, rimango fedele a me stesso, cambiando quando sento nel mio cuore e tra le dita che è il caso di farlo, senza strategia di sorta, spinto soltanto dallo slancio di inseguire la bellezza e la perfezione, che naturalmente sono irraggiungibili, ma dietro le cui orme voglio continuare a correre.

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