Nella musica moderna è consuetudine pensare al solista come al rocker dalla spiccata indole shred oppure al jazzista funambolico che crea nuove melodie in ogni istante o ancora all’artista che sfida la scena in solitaria, facendo in effetti derivare la parola “solista” da “solo”. A me invece, per quella folle giostra su cui non fa che girare la mia bizzarra inclinazione associativa, piace di più pensare che “solista” derivi da “sole”.

E così, come l’arte per l’artista, la musica per il musicista o la chitarra per il chitarrista (e in genere come tutti gli utensili che il suffisso “ista” trasforma in un’attività da svolgere), il sole diventa lo strumento di chi con il sole lavora, di chi dunque maneggia la luce calda delle note, anche se soltanto per il breve momento di un’esecuzione.

Fascinoso o ridicolo che possa sembrare, questo acrobatico e improbabile cambiamento etimologico mette tuttavia più a fuoco la mia idea di musica, considerando la personale certezza (naturalmente non condivisibile) che identifica questo linguaggio come la fonte di luce e calore privilegiata dal mio Dio nella misteriosa interazione con gli uomini.

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