L’atto del ricordare poco ha a che fare con la mente e con la sua capacità di conservare dati. L’etimologia del termine “ricordare” [dal latino “re” (nuovo) e “cordàr”, da “còr” (cuore): “riportare al cuore”] ci rivela non essere la mente la dimora della memoria, ma, come in effetti si credeva un tempo, il cuore.

Non è dunque una serie di eventi che archiviamo quotidianamente, ma le emozioni che ne scaturiscono e che ci investono con la loro onda d’urto. È una faccenda emotiva più che storica.

Tuttavia è necessario fare molta attenzione a cosa portiamo al cuore, perché a volte accade di avere a che fare con un’emozione così dura e spigolosa che liberarsene diventa difficile, tanto che finisce col rimanere troppo a lungo tra le pieghe della memoria, fino a marcire.

Proprio come i cibi freschi dimenticati in frigo e diventati rancidi, il sentimento avariato genera rancore (dal termine latino “rancor”, che vuol dire proprio “rancido”), diventando molto pericoloso.


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