Mare e musica. Molte le cose in comune. Entrambi sono trasparenti ed entrambi sfuggono via se si tenta di possederli stringendo il pugno. Puoi viaggiare senza sosta sulla loro schiena e, una volta in viaggio, i soli riferimenti naturali che concedono sono l’orizzonte e il cielo. Puoi sceglierli come unico scopo e rimanere in bilico per sempre tra la superficie e il fondo. Ed è proprio qui, su questa linea invisibile tra due mondi, che ci si gioca la vita, in una continua ricerca dell’equilibrio.

La mia scelta è stata la musica, ma non ho mai smesso di guardare il mare, di respirare il sale. E penso che, in effetti, chi ha scelto il mare non abbia mai smesso di gustarne la musica.

Già, perché anche il mare ha la sua musica e negli occhi di tutti questi volti — segnati, sognati, carichi di storia, di sofferenza e ingiustizia — risuona con forza e delicatezza. Cogliere lo scatto di una storia con la storia di uno scatto non è da tutti.

Tutte le vite che qui sono affiancate, pagina su pagina, come imbarcate su un unico fermo immagine che sotto il cielo punta l’orizzonte, Alessandro le ha sapute raccontare in silenzio, tra luci e ombre, con la maestria del più efficace cantastorie ed io, se mai dovessi farlo con la musica, vorrei che fosse quella più discreta e delicata possibile, così da non fare rumore e non far scappare via i sogni di chi naviga.


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