Da quando è stata messa a punto la tecnologia di riproduzione del suono che ha cambiato per sempre la composizione e la divulgazione della musica, il cui percorso evolutivo è iniziato alla fine dell’ottocento con il fonografo a cilindri brevettato da Edison (1877) e il successivo grammofono di Berliner, il verbo “suonare” [dal latino “sonàre”, da “sònus” (suono)] è mutato lentamente fino a diventare oggi un termine in effetti piuttosto controverso, considerata la possibilità di emettere suoni semplicemente schiacciando un pulsante meccanico.

Probabilmente a causa di un’inappropriata traduzione del termine inglese “play”, che identifica sia il produrre un suono attraverso uno strumento musicale sia l’avviarne uno già prodotto, con il passare del tempo si è finito col dare la stessa accezione a due faccende completamente diverse, ovverosia suonare uno strumento musicale, come fa un musicista, e mettere su dei dischi, come fa un DJ.

La diatriba che esiste tra queste due categorie in merito all’utilizzo della parola “suonare” non è una semplicistica controversia semantica [dal greco “semantikos” (significato), derivato da “sema” (segno)], ma è un dibattito molto più profondo, perché le parole non sono mai soltanto parole, ma il segno evidente del presente e di tutti i suoi risvolti sociali.

Stando a quanto recita il dizionario, “suonare” vuol dire “produrre, mandare, emettere un suono, fare risuonare uno strumento musicale o qualcosa che emetta suoni”. Dunque, se per “suonare” si intende la capacità di far emettere un suono a un qualsiasi apparecchio, come ad esempio uno o più giradischi contemporaneamente, allora si può certamente asserire che anche il DJ suona, ma in effetti alla stregua di una massaia che utilizza un ferro da stiro o un frullatore, oppure di un falegname alle prese con una sega elettrica o di un ospite che schiaccia il pulsante di un citofono.

L’atto del “suonare” poco ha a che fare con l’abilità di far convivere diversi loop elettronici o di mixare temi di differenti canzoni oppure di elaborare suoni già prodotti o ancora di selezionare e metter su i pezzi di una playlist. Tali rispettabili talenti andrebbero ricollocati su altri sentieri verbali, perché la capacità di suonare uno strumento, pianoforte, chitarra o violino che sia, è altra cosa davvero.

Solo in questi tempi dai confusi confini si può asserire tale assurdità [dal latino “absurdus”, composto da “ab” (allontanamento) e dalla radice “suar-” (suonare): “dissonante”] e convincersene, tanto da legittimare, dopo un pezzo trasmesso in radio, la frase dello speaker che afferma compiaciuto: «Bella la canzone che abbiamo appena suonato!».

No, direi proprio che non ci siamo.


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