Anche se a sguardo basso e a denti stretti, di un qualsiasi artista convinto che l’aspetto emozionale sia importante quanto o addirittura superiore a quello tecnico, solitamente si tende a pensare che in realtà non abbia abbastanza “numeri” nel suo repertorio e che una tale preferenza sia solo un modo per giustificare produzioni artistiche semplici e senza particolari ambizioni stilistiche. Così, spesso, vengono snobbate affermazioni di questa natura, lasciate andare e perdute nel cestino delle chiacchiere.

In effetti, facendo un rapido volo d’uccello sul nostro tempo, balza subito agli occhi come a questo pensiero sia stato per lo più preferito l’aspetto scolastico della proposta artistica, cioè l’esecuzione al contenuto. Basti considerare tutti i nuovi personaggi mediatici sfornati dai popolari contest televisivi, la cui notevole e impressionante preparazione tecnica è spesso davanti a contenuti ed emotività, a dispetto di un recente passato in cui, ad esempio nel territorio musicale e più specificatamente cantautoristico, voci un po’ più grezze e meno curate hanno cantato vere e proprie opere in versi.

Naturalmente generalizzare non paga mai, c’è ancora chi crede che la tecnica non sia tutto, ma l’impressione è che non siano in molti a sostenerlo, figli come siamo degli estetismi televisivi e di una frivolezza sempre più disarmante.

Per noi chitarristi, soprattutto per gli amanti del fingerstyle, il pericolo di perderci nel bosco fitto del puro tecnicismo è piuttosto alto, impegnati di frequente ad arpeggiarci addosso in cerca di un qualsiasi sbocco melodico ed emotivo o intenti nel percuotere lo strumento alla ricerca di nuove soluzioni ritmiche (leggi “La chitarra acustica non è una batteria”). Così, di sovente, la platea di un chitarrista è formata solo da chitarristi e c’è chi è convinto che sia questa la più auspicabile delle dimensioni. Inutile dire che non ci credo.

È chiaro che, come in tutte le cose, a vincere è sempre la personale sensibilità di ognuno, ma se una ricerca artistica si rivolge solo ed esclusivamente agli addetti ai lavori viene a mancare quel sentiero che qualsiasi artista non deve mai smettere di provare ad aprire: la condivisione collettiva. Auspicabile, infatti, è che ad un concerto di un chitarrista partecipi con slancio anche la massaia poco avvezza al bending o all’hammer-on, ma ancora curiosa e desiderosa di emozionarsi, perché questo è il fine dell’arte: veicolare emozioni attraverso un linguaggio.

Dunque, nelle trincee fumose della guerriglia tra tecnica ed emozione, io credo che l’unica arma vincente sia un sano equilibrio, purché la tecnica sia sempre al servizio dell’emotività. In fondo la tecnica non è altro che un vocabolario: tanti più vocaboli si conoscono tanto più sarà chiaro ed efficace ciò che si vuole comunicare.

Questo non vuol dire che se conosco poche parole non riuscirò ad esprimermi a dovere, così come un lessico accurato e stilisticamente perfetto potrà non essermi utile ai fini comunicativi. D’altronde anche il funambolico Michael Hedges diceva che con la tecnica si può impressionare un chitarrista ma non conquistare una ragazza. Sono d’accordo con lui.

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