Mentre correva, Alexandre non riuscì a schivare il cofano di un’auto e l’impatto lo fece grugnire di dolore. Per poco un’altra macchina non la investì, ma l’enorme giraffa si districò dalla fila scomposta di veicoli al semaforo, seppure a fatica. Non si voltò a guardare, non ne ebbe il tempo e non voleva perderne. Finalmente più niente impediva alle sue zampe di galoppare lontano, di scappare via da gabbie e numeri da circo. Ora il suo cuore poteva pompare speranza, per la prima volta.

Di colpo ebbe la visione di una distesa che gli parve infinita, sconosciuta eppure familiare, alla fine della quale un bosco di conifere di un verde intenso lasciava aperto un varco tra gli alberi. I suoi zoccoli corsero più veloci e liberi nel silenzio più antico del mondo, un silenzio mai ascoltato, che per un attimo sovrastò leggero qualsiasi rumore, perfino l’eco fastidiosa della sua schiavitù lunga tre anni. I suoi stessi anni.

Tuttavia, il traffico di Imola ritornò presto a stringersi attorno ad Alexandre con tutta la sua confusione, schiacciando l’immagine del suo sogno tra macchine e palazzi. Né le sue intenzioni né la sua volontà furono però ridimensionate da questa morsa, benché avvertisse l’inutilità della sua fuga, perché il desiderio di libertà non può essere represso in nessun caso, neppure di fronte ad un evidente e imminente fallimento.

L’animale provò dunque a seminare l’auto dei suoi aguzzini che ormai da ore provava a raggiungerlo per riportarlo in gabbia, imboccando la via che gli sembrò più sicura, ma che si rivelò immediatamente la più inopportuna. Il parcheggio del grande supermercato in cui si era cacciato, infatti, lo ingabbiò lasciandolo senza ulteriori soluzioni e quando sentì un forte bruciore all’altezza dello stomaco capì che la sua corsa era finita, smorzata e interrotta dal veleno di un maledetto sedativo.

Cadde nel buio. A peso morto. Il nero lo avvolse a lungo, così come la paura. Poi gli capitò di nuovo di essere sedotto e confortato dall’immagine meravigliosa di un’Africa lontana, da sempre sognata ma mai vista, mai vissuta. Mangiò foglie d’acacia fino a saziarsene, bevve l’acqua di un fiume lento e sinuoso e galoppò a lungo con i suoi fratelli le distese della savana. A perdi fiato, contro un sole bollente.

Quando riaprì gli occhi furono di nuovo una realtà e un mondo avversi ad accoglierlo. La stessa gabbia, lo stesso circo e la stessa vita di sempre sentenziarono la sua resa definitiva. Le lacrime bagnarono i laghi neri e profondi dei suoi occhi e il suo cuore, il cuore più grande di tutti gli animali, pianse i suoi battiti fino a non sentirli più. Ed esplose rumorosamente.

Mentre la vita gli scappava via, districandosi nel labirintico percorso del suo mantello maculato, Alexandre sentì il freddo pavimento della sua cella farsi tepore della terra, vide gli uomini davanti a sé diventare alberi e sopra le fronde aprirsi un cielo profondo e bellissimo che lo attraversò e lo benedisse. L’Africa lo accolse e lui ci morì, finalmente a casa.

Appena fuori dalla gabbia, su un manifesto strappato e abbandonato per terra come la giraffa immobile nella sua gabbia, c’era scritto: “Magico, meraviglioso. Da non perdere! 21 settembre 2012, il circo è a Imola”.

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