Quando un’aberrazione diventa un evento normale e quotidiano, quando naturalezza e leggerezza sostengono un’evidente distorsione, significa che l’inganno si è insinuato con efficacia nelle nostre abitudini. Accade di continuo. E quando a condividere una tale sovversione è un numero sempre maggiore di persone, destinato lentamente a crescere per emulazione, allora la normalità all’inizio rinnegata e abbandonata è destinata a soccombere.

La musica è un linguaggio e il linguaggio non è che la capacità di scambio di informazioni codificate che esiste tra un emittente e un destinatario e che da entrambi non può prescindere. Alla stregua di tutti i linguaggi, dunque, la musica ha bisogno di un’interazione attiva per compiersi, una sorta di patto di concessione mentale e spirituale tra le parti, inevitabilmente nel presente. Vero quanto meraviglioso.

Ma noi, cosa ne abbiamo fatto della musica? Un monologo fastidioso e a volte inopportuno, un flusso di informazioni emotive che ci scivola addosso e a cui neghiamo lo scopo, perché da destinatari attivi ci siamo evoluti in passanti distratti e impermeabili, per di più caciaroni, convinti che il diritto di non ascoltare equivalga alla facoltà di sopraffare qualsiasi fonte sonora che stuzzichi la nostra indifferenza, perché è la musica che deve scansarsi e cambiare direzione, di certo non noi.

Questo delirio ottuso di onnipotenza è l’atteggiamento dominante tra i tavoli di quasi tutti i locali in cui si fa musica, dove pare che a essere fuori contesto sia sempre e solo il musicista. La natura mangereccia delle location naturalmente sostiene questa sensazione (leggi “I luoghi della musica”), tuttavia è evidente che se entriamo in un pub con palco e strumenti e scegliamo di rimanere, accettiamo implicitamente di stare al gioco delle parti, anche nel più improbabile dei luoghi, e spetterebbe a noi tenere a bada tono e impudenza.

Invece no. Il pub è la nostra arena e la musica non è prevista. Una birra e un rendez-vous dai toni leggeri o magari un più definitivo cambio di rotta verso altri locali non vengono mai considerate alternative a cui concedersi, perché chi paga per bere compra anche l’illusorio privilegio di fare un po’ come gli pare. Dunque annullare musica e musicisti non graditi o semplicemente ignorati con una caciara da mercato è cosa dovuta, o ancor peggio normale.

Eccola l’aberrazione che diventa consuetudine. La musica ad oggi è per tutti, musicisti tra i tavoli compresi, un piacevole contorno a pasteggi e bevute da bar da sopraffare con schiamazzi a buon diritto e il musicista una sorta di radiolina umana da sintonizzare sulle hit del momento e a un volume non ingombrante, a cui non riconosciamo alcun valore e alcuna dignità, né lavorativa né artistica. Questo esercizio continuo di ridimensionato e annullamento non è normale, benché tutti ne siamo convinti, ma è a tutti gli effetti un’anomalia.

Quanto all’ipotesi che attenzione e complicità della sala sarebbero legate a meriti e demeriti dell’artista sul palco, avanzata da molti musicisti per altro, non è che il sintomo di quanto ci sia poco chiara la differenza tra gusto e rispetto, come se a una cosa non gradita si debba necessariamente mostrare sdegno, infangandola.

Di fronte a queste sconfortanti dinamiche, una strategia efficace per restituire compiutezza al sistema comunicativo della musica appare difficile da mettere a punto, considerato che chi è già assuefatto a un’aberrazione tende a difenderla, rifiutando qualsiasi alternativa.

Tuttavia il sogno di entrare in un pub e vedere persone interessate alla musica e altre a cui non interessa convivere serenamente tra i tavoli, in un gioco rispettoso di volumi e intenzioni, lo sento più che mai vivo e realizzabile, e dato che l’arte di lamentarsi quasi mai genera proposte attive, ecco la mia.

Propongo che sia il gestore a tutelare e sostenere l’artista che ha accettato di ospitare nel suo locale, con un messaggio chiaro e deciso da stampare ed esporre sui tavoli, anche perché un intervento del musicista durante l’esibizione risulterebbe inopportuno e rischierebbe, oltre tutto, di causare battibecchi difficili da gestire, discussioni di cui sono stato testimone diretto già in un paio di occasioni.

Lo so, sono solo parole buttate giù su un foglio, niente di più, ma magari qualcuno ha voglia di provarci, hai visto mai? Certo, esponendo quest’avviso nel proprio locale si rischia di contrariare il cliente e di perderne presenza e consumazione, ma i benefici potrebbero sorprendere davvero tutti, perché tutti ne godrebbero in differenti modi.

Tra l’incuranza e il pregiudizio delle persone potrebbe insinuarsi infatti l’idea di una convivenza armoniosa, che proprio delle sue diversità di approccio e di interesse alla proposta si fa forte, la musica in sala potrebbe compiere il suo scopo comunicativo con chi è predisposto allo scambio e il locale potrebbe con il tempo tracciare un percorso culturale importante, creando consapevolezza tra i suo avventori.

Scegliere fra quantità e qualità non è mai facile, è vero, specie quando i numeri sconfortano ogni aspettativa. Tuttavia, una direttiva così specifica ed esigente, invece di scoraggiare l’ingresso dei più impudenti potrebbe incentivarli a mostrare un spirito diverso tra i tavoli, risvegliando magari un sopito desiderio di condivisione mai prima conosciuto o esibito.

Sono conscio della portata avventata delle mie parole, specie del coraggio necessario a qualsiasi cambiamento, ma sono anche convinto che, sebbene l’anomalia ad oggi sia di fatto una norma, in molti sentono il mio stesso disagio e di questa immaginaria alleanza mi nutro e al suo potenziale mi ispiro. Chi vuole provarci? Chi vuole provare a crederci con me, anche solo per un attimo?


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