Una qualsiasi idea, che sia brillante, semplice o banale, ha bisogno di essere divulgata perché attecchisca. È una faccenda piuttosto evidente quanto scontata: più l’idea circola più possibilità ha di essere conosciuta, apprezzata e condivisa. Un’idea, se trattenuta o rinchiusa, finisce con l’appassire o – peggio ancora – si contorce, si piega su se stessa e muta la sua natura, diventando un virus che può perfino uccidere. È importante e vitale, dunque, farla viaggiare. Quanto più si riesce, quanto più possibile.

Certo, se a divulgarla fosse un divulgatore professionista, un tecnico con specifiche conoscenze manageriali ed economiche, capace di muoversi con metodo tra gli innumerevoli settori dentro cui un’idea può essere incasellata, stretta, costretta e a volte svilita, sarebbe un notevole vantaggio, perché le traiettorie di fuga avrebbero un percorso più diretto e più efficace.

Tuttavia, per quanto un contributo del genere appaia palesemente conveniente, addirittura ideale, non è da considerarsi indispensabile, perché un’idea, anche senza interventi mirati, riesce a trovare sempre una via di collegamento, una qualsiasi strettoia dalla quale fuggire per compiersi, purché alimentata e sostenuta con determinazione da chi l’ha concepita.

Al contrario, il divulgatore non può fare a meno dell’idea da divulgare (a meno che non sia sua, certo), perché verrebbe meno il suo scopo, annichilito da una palese contraddizione in termini.

Quindi: un’idea senza il divulgatore riesce a sopravvivere e può continuare ad esistere, il divulgatore senza un’idea da divulgare no. È il divulgatore che è al servizio dell’idea e non viceversa.

Se questa riflessione è di fatto logica e in effetti inconfutabile, allora il meccanismo dentro al quale le idee vengono fatte veicolare da chissà quanto tempo deve essersi inceppato fino a rompersi e con esso il buon senso.

Perché, infatti, quando si mette su un piatto della bilancia il lavoro di una persona, artigianale o intellettuale che sia, germogliato e sostenuto da un’idea, e sull’altro il denaro che occorre per divulgarlo, il rapporto è così vertiginosamente iniquo? La differenza è davvero svilente e mortificante. Perché?

A queste riflessioni, facendo un piccolo passo indietro, se ne può aggiungere un’altra, così da avere un quadro più chiaro e intellegibile.

Una volta (non molto tempo fa, in effetti) esisteva la figura del “produttore”, un divulgatore cioè che, intuito il talento di una persona, investiva il suo denaro producendone il lavoro (intendo proprio la sua realizzazione manifatturiera), pagando e rischiando di tasca sua, con il preciso obiettivo di venderlo e ricavarne guadagno. Non sempre si è visto giusto, spesso il talento non è bastato ad evitare il fallimento pressoché totale del progetto, ad ogni modo, avendone pagato la fattura, il produttore stipulava un accordo con l’artista per cui, per rientrare dalle spese sostenute, si sarebbe trattenuto una percentuale più alta dell’introito.

Considerate la possibilità offerta all’artista di realizzare la sua opera, i cui costi spesso sono proibitivi, e la divulgazione a largo respiro che un manager esperto può garantire, accordi come questo sono sempre apparsi vantaggiosi, sebbene di frequente le percentuali in questione siano state sgonfiate e gonfiate senza alcun criterio.

Oggi però è tutto diverso. Oggi non esiste più la figura del “produttore”, si è di fatto sbiadita, mutandosi in quella di un semplice “stampatore”. Nessuno più infatti produce la realizzazione di un’opera (pochi, pochissimi lo fanno ancora), quanto meno nel sottobosco brulicante di idee in cui la maggior degli artisti è costretto ad annaspare. Adesso i mondi della discografia e dell’editoria (e chissà quanti altri) pretendono l’opera già compiuta, senza curarsi dei costi sostenuti per realizzarla: l’opera deve essere consegnata finita e pronta per la stampa. Prendere o lasciare.

È a questo punto che, pesato il valore delle singole competenze e valutatone l’importanza, viene miserevolmente sgonfiato e ridimensionato il valore dell’idea a beneficio del denaro che serve a divulgarla, con percentuali che il mercato chiama “normali” e addirittura “vantaggiose”, ma che di fatto nelle migliori delle ipotesi non superano il 12% e che solitamente ondeggiano tra il 6 e il 10%, dando un chiaro segnale di dove risieda il vero e intrinseco valore delle parti in discussione e di cosa sia al servizio di chi.

La questione è talmente grottesca e inverosimile che spesso l’artista che ha generato l’idea, coltivata e realizzata a sue spese, rifinita con amore in mesi o addirittura anni di sudore, è costretto perfino ad acquistare la sua copia personale, perché sono poche le case di produzione che riservano una copia omaggio per l’autore. E a questa assurdità si aggiunge l’ingenua (o furba) convinzione che dare la possibilità all’artista di comprare copie del suo lavoro ad un prezzo molto scontato per permettergli poi di rivenderlo nel suo piccolo giro e avere così un margine di guadagno più alto della misera percentuale che gli spetta, possa essere per l’artista una buona opportunità e per lo “stampatore” un motivo di vanto, a fronte di un trattamento esclusivo e vantaggioso.

Ma che vantaggio ha un artista in questo meccanismo? Se deve vendere da solo il proprio lavoro ad una manciata di parenti, amici o simpatizzanti che lo stimano (perché di questo poi si tratta) che senso ha rivolgersi a un divulgatore? Allora uno fa da sé, vende meno copie, ma quanto meno non ingrassa altri con il proprio talento.

Il fatto è che questa realtà perversa è da sempre giustificata dalla speranza e dalla possibilità di un’occasione, d’altronde chi è che non vorrebbe essere pubblicato? È la rincorsa affannata a questo sogno che sfianca i sognatori fino ad annebbiare loro la vista, inducendoli ad accettare a denti stretti qualsiasi porcheria, pur di emergere.

In più di vent’anni di esperienze di diverso tipo, da quella discografica a quella editoriale, ogni volta che ho obiettato contro queste dinamiche sconfortanti mi sono sempre state rinfacciate le innumerevoli competenze che le case produttrici mettono in gioco in questo scambio, come ad esempio il bacino d’utenza maturato in anni di attività e messo a disposizione dell’artista, oppure la professionalità e il lavoro di chi può garantire, attraverso contatti esclusivi, accesso a settori specifici con grande facilità.

Mai ho avuto da ridire su queste capacità e mansioni, a cui ho sempre guardato con grande rispetto. Ma le competenze dell’artista? Il gusto e la tecnica maturati in anni di studio ed esercizio? Il valore artistico della sua proposta? Queste capacità e mansioni non hanno peso specifico?

Insomma, a detta degli “stampatori”, le percentuali che il mercato offre sono necessarie perché il sistema rimanga in piedi e dunque non crolli. Ma se per garantire la sostenibilità del sistema diventa indispensabile invertire il valore delle cose, fino a far diventare l’idea un dettaglio e non il cuore di tutta la faccenda e gli artisti vittime e schiavi di questi contorti meccanismi, allora forse il sistema deve crollare. Che vada giù e che se ne imbastisca uno più saggio e più equo!

Non è un caso, infatti, che internet e la rete stiano sempre di più favorendo una proposta artistica senza intermediario, arrivando addirittura a ridimensionare il desiderio degli artisti senza contratto di avere un contratto, occasione a cui si guarda ormai con una certa diffidenza.

La mia intenzione non è certo affermare che, disposti sul tavolo i talenti e le competenze da mettere in gioco per elaborare un efficace gioco di squadra tra artista e divulgatore, debba essere l’artista a guadagnarci di più, ma sono convinto che sia indispensabile rivedere le regole del gioco e che forse un fifty fifty rappresenti una spartizione degli introiti assai più equa di quella attualmente in vigore.

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