Intervista a Luca Francioso
Di Massimo Buldrini
Tardo pomeriggio di un inverno incipiente: un allegato in formato pdf si abbina ad un compact disc che tengo gelosamente custodito in un angolo della scrivania.
Primo assaggio del cd mentre il file va in stampa: il primo brano è a tempo con il pulsare della testina scrivente.
Nel cd di anteprima che ho ricevuto non vedo nessun titolo, nessun nome a nessun brano: Luca Francioso non vuole influenzare le mie emozioni, sa che potrei partire per la tangente solo nel leggere il titolo di un pezzo strumentale e ha preferito lasciare incondizionatamente spazio alla mia immaginazione.
Di questo lo ringrazio.
Inizia la lettura delle prime pagine fresche di stampa, si capisce subito che in questo libro si parla di emozioni, roba viva, che si muove dentro e talvolta è talmente difficile da acciuffare che scriverla risulta quasi impossibile.
La fluidità della lettura risente di tutto questo e accompagna per mano il lettore attraverso gli stati d'animo del protagonista.
Prima domanda che mi balza in mente:
«Caro Luca, non era forse meglio scrivere un incipit accattivante che incollasse il lettore in modo presente e appassionato sin dalle prime pagine? Perché hai scelto di proporre quei primi paragrafi così in linea con i sentimenti tormentati del protagonista e perciò così arrancanti?».
«Un incipit più accativante? Magari avrei potuto far commettere al protagonista un omicidio? Beh, sarebbe stato sicuramente di più impatto e la gente avrebbe letto in fretta per sapere chi è l'assassino, magari non curandosi né della forma e né di altri aspetti più sottili della storia. Sì, in effetti avrei potuto farlo. Non che sia facile, certo, ma avrei potuto imboccare questo sentiero per essere certo del conivolgimento del lettore.
Chiaramente sto scherzando, ma evidentemente non è andata così. E i motivi sono due: il primo è che il libro racconta una storia dagli scarni intrecci, un minimale viaggio nei pensieri e nella quotidiana fatica del protagonista di gestire il problema, anzi i problemi (sono due) che lo tormentano: l'amore e la musica. Le prime righe catapultano senza mezzi termini il lettore nel suo disagio, nel suo mondo che arranca: una parola, un paragrafo e si è già lì con Francesco Ortes a gustare il sapore amaro di un sentimento che ancora non ha soggetto, almeno nelle prime pagine, ma che si fa sentire come un odore forte nell'aria. Il libro punta l'occhio di bue a vicenda già cominciata e la prima causa di questa vicenda è il malessere che Francesco Ortes prova. Mi è sembrato più idoneo che il lettore entrasse nella storia e conoscesse il protagonista partendo proprio da questo.
Il secondo motivo è che io non voglio accattivarmi nessuno. Non suono e non scrivo per strizzare l'occhio a chi mi sente o a chi mi legge. Suono e scrivo per raccontare e condividere storie e, se si riesce, emozioni. Spero nel modo più umile possibile».
Nelle righe di Luca si nota con piacere il sapore della vita vissuta attraverso i parallelismi e i paragoni, spesso sottesi tra il reale e l'emotivo, l'immaginario e il concreto.
E la storia interiore di Francesco prosegue, mettendosi via via sempre più in mostra con pochi sillabanti e stillanti accenti, che vestono il personaggio quel tanto che basta ad accendere la curiosità di ogni appassionato lettore.
Seconda domanda fulminante:
«Proseguendo nella lettura di "The Show" sembra di leggere qualcosa di già ascoltato. Questa affermazione è frutto di un fedele ammiratore della tua musica oppure esiste una reale corrispondenza tra ciò che leggiamo in "The Show" e ciò che hai composto in alcuni tuoi lavori musicali? (Mi riferisco in particolar modo al cd "Schizzi su carta")».
«Sì, in effetti c’è un legame proprio con il cd che hai citato "Schizzi su carta" (2002), perché la prima stesura del libro l'ho scritta nel periodo in cui stavo lavorando a quel progetto. Il filo conduttore tra i due lavori è il tema dell'attesa, che in "Schizzi su carta" è sviluppato con più incisività, mentre in "The show" è presente in modo diverso. In effetti, per tutta la vicenda, Francesco Ortes è sospeso sul filo sottile dell'attesa, ma il romanzo si concentra più sulle sue reazioni e su come questo influisce sul rapporto viscerale che ha con la musica e sul suo legame con la moglie Rachele. Su "Schizzi su carta" invece l'attesa è una sorta di protagonista e credo che questo renda i due lavori molto diversi.
Uno dei brani di "Schizzi su carta", inoltre, "Aspettando che torni il sereno (1)", doveva far parte del cd "The show", ma né il titolo né il tema mi convincevano, perché davano un'aria troppo malinconica all'intero progetto. Invece è di speranza che si parla in "The show", così ho scritto il brano "Speranza", il tema centrale di entrambi i supporti, libro e cd».
Comincio a credere che questo romanzo, o racconto molto lungo, come io lo definirei, avrà un lieto fine, anche se lo sviluppo della storia non lascia intendere quasi nulla. Sarà davvero così?
Il compact disc che racchiude le quattro tracce audio che fanno da colonna sonora all'intero lavoro letterario è in pausa da un po' di tempo (ne ho stillato solo un piccolissimo assaggio perché non ho saputo resistere da musicista quale sono spero si possa capire la mia curiosità), per me leggere richiede sempre una concentrazione quasi totale. Solo ora decido di far suonare il cd anche se nel libro non ho ancora scorto nessun riferimento preciso. Diciamolo: ho resistito fin troppo!
Il cd inizia a suonare e poco dopo si comincia a parlare dei brani musicali: premeditazione dell'Autore o fatalità?
«La qualità musicale è come sempre ottima, caro Luca, ma come è nata l'idea di mettere a punto un progetto di libro+cd? Non era forse meglio concentrare le proprie forze sul potere espressivo della parola e parallelamente sviluppare un'idea musicale indipendente che potesse valorizzare singolarmente i quattro brani contenuti all'interno di questa colonna sonora?».
«Ma, vedi, quello che tu mi proponi è quello che ho fatto in questi dieci anni di attività. Ho sempre sviluppato i due linguaggi espressivi, musica e scrittura, parallelamente e raramente si sono toccati. È successo in modo quasi istintivo e incosciente nel cd "Schizzi su carta" (2002), in cui alcuni interventi di un lettore raccontavano piccoli frammenti dei miei primi due libri, e nell'ultimo cd "Argile" (2005), in cui compare per la prima volta nella mia discografia una canzone.
Questi due amori si sono sempre cercati, in un certo senso, ma li ho sempre tenuti a debita distanza, concedendo loro sporadici incontri furtivi. In "The show", in cantiere da quattro anni circa, ho voluto che musica e scrittura fossero un tutt'uno nell'idea, ma anche due cose distinte poi nella pratica, due cose che potessero vivere di vita propria. Ecco perché ho scelto di incellophanare i supporti insieme ma di tenerli comunque separati: il cd con una sua custodia e il libro con il suo classico vestito. Mi piace l'idea che chi compra "The show" abbia in mano un unico lavoro, un'unica storia, ma allo stesso tempo due modi per conoscerla e viverla. È intrigante come cosa, almeno per me».
I riferimenti ai brani musicali, proseguendo di pagina in pagina, non sono mai moltissimi, più frequenti sono invece le sottolineature sullo strumento musicale (la chitarra) e i suoi accessori.
«Quanto del chitarrista Luca Francioso che io, come molti altri, ho avuto modo di apprezzare, è presente in cose, modi e atteggiamenti di Francesco Ortes? E quanto dell'uomo Francesco Ortes è il riflesso dell'uomo Luca Francioso? O forse si potrebbe dire che un artista come Luca Francioso può essere paragonato all'antagonista principe di "The Show" ovvero Francesco-il-pittore?».
«Ogni cosa che compongo o scrivo, direttamente o indirettamente, è autobiografica. È normale e secondo me quasi impossibile da evitare. Al protagonista di una storia, o alla melodia di un brano, si possono prestare sfumature caratteriali più o meno forti e più o meno evidenti, ma in un'opera d'arte si riflette sempre parte dell'artista, in un modo nell'altro. Questo è sempre capitato nella mia produzione e, anche se non sembrerebbe ad una prima analisi, "The show" è il lavoro che rispetto agli altri ha meno di mio. Chiaramente in termini di paragone, perché comunque c'è molto di me fra le righe del romanzo. Posso dirti però che c'è molto dell'uomo Luca Francioso e poco del chitarrista: come recitano le righe nel retro della copertina, ho prestato a Francesco Ortes i miei difetti di uomo e solo i miei sogni di musicista, perché non mi sento affatto alla sua altezza, sebbene spacci i miei brani per suoi. Francesco Ortes è un talento incredibile, mi sono adoperato in modo chirurgico nel libro per evidenziare questo suo dono. Lui è un chitarrista unico e geniale e poco importa il fatto che non sia famoso per questo. Quante volte accade nella vita reale che il mercato tagli le gambe ai più talentuosi per aprire le porte ai più commerciali? Del resto Francesco stesso è convinto (e, per certi versi, anche parte di me lo è) che il talento sia inversamente proporzionale al successo e senza attenuanti. Non mi sono ispirato a nessun chitarrista acustico del passato o vivente, lui è lui, punto. Il suo tocco è magico, la sua musica diretta e coinvolgente, insomma quello che io ho sempre sognato di avere e di fare.
C'è il reale pericolo che il lettore possa fare confusione e prendere i molti riferimenti (alcuni molto palesi) alla mia vita o alle mie vicende personali, alimentati dal fatto che Francesco è un fingerpicker e che nel cd ci sono i brani che Francesco suona nel libro ma scritti da me, e arrivare alla conclusione che mi do gratuitamente del talentuoso e del chitarrista unico. Ma è per questo pericolo che ho specificato che in lui ho solo proiettato i miei sogni, niente di più. È più la sua debolezza umana ad assomigliarmi, il suo talento da attore da premio oscar con la gente e nelle situazioni. Effettivamente mi sono esposto moltissimo con questa confessione, ma in fondo l'ho sempre fatto nei miei dischi e nei miei libri, in "The show" accade solo con più evidenza. Questa è anche una delle tante spiegazioni al titolo.
Riguardo all'antagonista, Francesco-il-pittore, posso dirti che lui è solo un pretesto per spingere all'estremo Francesco Ortes. Forse, in lontanza, si possono percepire alcuni lati del mio carattere, ma come spiegavo all'inizio, è quasi impossibile che questo non accada».
Chissà quanti come me si divertiranno a leggere questo nuovo lavoro di Luca, chissà quanti ritroveranno tra le righe questa o quella peculiare caratterizzante briciola di gusto che li allieterà per sempre o solo per un attimo, perché Francioso è buono, saporito, vivo.
E l'ultima domanda non può essere che una, che rivolgo a tutti:
«Il finale del libro ci stupirà?».