The show (2005)
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«Come stai?». L'idea alla base del libro
Di Luca Francioso

Da che mi ricordo mi è sempre capitato, almeno una volta al giorno, di rispondere alla domanda: «Come stai?» o di farla a qualcuno. È una cosa del tutto normale che è diventata ormai parte integrante del nostro saluto: «Ciao», e poi subito: «Come stai?». Probabilmente, nel tempo in cui questo tipo di saluto ha preso lentamente forma, avevano un senso queste due parole, ma credo di poter affermare con certezza che oggi hanno perso completemente il loro siginificato, diventando un clichè della buona educazione.
In realtà, quando salutiamo qualcuno, non ci importa veramente di come sta la persona a cui lo chiediamo! Non credo sia cattiveria, è che non ci si pensa, è diventata ormai un'abitudine anche la superficialità con cui si fa questa domanda.
Il punto però non è questo. Il punto è che quando qualcuno ci chiede: «Come stai?», e noi magari stiamo malissimo, rispondiamo con mezzo sorriso: «Bene», perché non è che si può dire al primo che passa il dramma delle nostre profonde sofferenze o anche solo lo scazzo di una mezza giornata storta, o magari non si è nel luogo adatto per questo tipo di confessioni. Oppure si pensa che, rispondendo sinceramente a questa domanda, potremmo annoiare o creare poco interesse nel nostro interlocutore, cosa che farebbe ancora più male.
Quello che ho sempre ritenuto buffo, quasi comico direi, è che nonostante ci si tenga a distanza di confidenza, una parte di noi continua a supplicare chi ci ha fatto quella domanda di rifarcela, di darci retta e di ascoltarci, di darci un'altra possibilità di poter ammettere che in realtà non stiamo così bene come abbiamo risposto. Si aspetta che l'argomento improvvisamente ritorni sul discorso, ma la cosa a volte non accade.
Non è un saggio sul comportamento umano, la riflessione da cui è partita la storia di "The show", è che ripensando a tutte queste esperienze, che ho descritto al plurale (può essere che qualcuno non abbia mai provato queste sensazioni, a me è successo spessimo), mi è venuta l'idea di approfittare della storia di un personaggio che da tanto avevo in testa e descriverla attraverso gli occhi di un narratore più scafato di lui, in questo ambito, e che lo sputtanasse ad ogni battuta. Già perché, anche se non è così palese, questa pantomima rappresenta la forma di teatro più vera e più drammatica del nostro tempo, siamo tutti grandi attori! Per cui ho messo a nudo Francesco Ortes, il protagonista del libro "The show (per le sfumatura più specificatamente umane: me stesso, per quelle più specificatamente artistiche: i miei sogni!), e l'ho ripreso ogni volta che questo accadeva. Gli ho dato il contesto giusto perché questo potesse accadere, ed è venuta fuori la sua storia, una storia ricca di doppi sensi, la maggior parte dei quali mai colti dai suoi interlocutori, ma smascherati puntualmente dal narratore con cinismo e burle degne del peggior giullare.
Così ha preso forma il parallelismo narrativo con il teatro e il suo gergo, ed ogni dialogo è diventato uno spettacolo in cui parti e battute portano sempre i protagonisti a cercare il tono giusto, le parole giuste per richiamare l'attenzione, per non sentirsi soli almeno per un momento. È stato divertente scrivere "The show" perché, durante le varie stesure, quando mi capitava di parlare con qualcuno, spiavo i nostri comportamenti, gli esaminavo al microscopio ed era strano vedere e toccare con mano il mondo e gli atteggiamenti che stavo provando a descrivere.
E ancora oggi, dopo avere scritto questa storia, quando rispondo alla domana: «Come stai?», il mio talento di attore si prende gioco di me e pochissime volte riesco a scampare al circo dei miei pensieri. Mi viene in mente Francesco Ortes e mi viene da ridere.