The show (2005)
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A proposito di "Heimat"
Di Luca Francioso

«È l'amore ad ispirare l'arte». Queste parole le ho prestate ai ricordi di Francesco Ortes, il protagonista del libro "The show", e le ho sentite (come anche Francesco nel libro) nel primo dei tredici films di "Heimat 2" (1992) che, insieme agli unidici di "Heimat" (1984) e ai sei di "Heimat 3" (2004), costituiscono un vastissimo affresco cinematografico riguardante quasi un secolo di storia tedesca, dai primi del novecento agli anni novanta. Il regista Edgar Reitz ha girato, in più di vent'anni di lavoro, questa monumentale saga che gravita intorno ad argomenti forti, come la guerra e l'arte, in un alternarsi di bianconero e colore che segue l'intera vicenda con eleganza.
Sebbene io apprezzi tutti e tre i films, è "Heimat 2" quello che più ha segnato la mia vita artistica, quello che in modo indelebile si è disegnato nella mia memoria e che, inevitabilmente, non solo è stato citato in "The show", ma si è insinuato con prepotenza fra le sfumature caratteriali di alcuni personaggi.
"Heimat 2" ("heimat" in tedesco vuol dire "patria") è la storia di Hermann Simon, un geniale compositore d'avanguardia che fugge da Schabbach, suo paese nell'Hunsrück (sud ovest della Germania), per studiare composizione a Monaco. Il fim descrive la sua evoluzione umana ed artistica attraverso gli anni sessanta, tra gli ideali e le contraddizioni che hanno segnato quel periodo. Hermann tenta con forza di tenersi distaccato dall'amore, che aveva promesso per sempre di evitare, ma rincorre con fervore le sue passioni, che gli fanno vivere la musica con dedizione e sofferenza e il rapporto con l'altro sesso con difficoltà e paura. Nel corso degli anni ha molte donne, si sposa anche, ma il suo temperamento istintivo e contraddittorio lo tengono volutamente a metà strada da un amore, più forte anche della sua volontà di evitarlo, verso Clarissa, violoncellista e sua compagana di conservatorio. In un gioco accurato di distanze e parole non dette, i due si fanno male con la stessa forza con cui si rincorrono e si cercano con la stessa passione con cui si allontanano, negandosi così ogni occasione per amarsi. Solo la musica rimane ferma e non si allontana mai da entrambi.
Molto mi sono immedesimato in Hermann Simon, anche se non del tutto, condividendo con lui la solitudine di un musicista, gli slanci emotivi verso la musica e la composizione (a volte l'unica fuga) e verso l'amore che spesso sembra lontano, i forti contrasti e la ricerca dell'obiettivo. Le sue intuizioni mi sono parse le mie, le sue scelte sbagliate sono sembrate le mie e, questo non poteva non accadere, anche quelle di Francesco Ortes.
Mi capita di frequente di immaginarmi nella stessa stanza con Hermann Simon e Francesco Ortes, tra il silenzio e un gioco di sguardi che già vuol dire tutto. Mi chiedo sempre chi parlerebbe per primo, se questo accadesse, e che cosa direbbe. L'unica cosa che so con certezza è che la somiglianza di queste tre anime, sul filo sottilissimo tra il reale e l'immaginato, a volte mi sconcerta, e che, le poche differenze che ci sono, salvano tutti e tre in modo consolante.