La maschera (Il ponte vecchio, 2007)
Speciale | Indice

Intervista a Luca Francioso
Di Giulia Consonni

Luca Francioso

Una stazione, un uomo, una panchina: sono questi i tre punti chiave su cui si snoda il nuovo libro di Luca Francioso, "La maschera", in uscita il prossimo 27 Maggio.
Un romanzo breve e incalzante, tessuto in un dialogo tra un uomo e una donna, due perfetti sconosciuti l'uno all'altra, uniti però dalla solitudine, confusi nei sentimenti, prigionieri di se stessi.

Luca, in questo libro racconti una storia che offre molti spunti di riflessione ai lettori, toccando con i protagonisti temi quali la solitudine e la malinconia.
Innanzitutto, il racconto è frutto di una tua libera ispirazione o ti senti coinvolto personalmente?
Come si fa a non sentirsi coinvolti personalmente quando si sceglie di scrivere o comporre? In effetti si finisce sempre per disegnare la propria arte sulla sagoma dei propri lineamenti, anche se poi ogni intento autobiografico, cosciente o meno, viene demolito dal flusso naturale dell'opera che scorre verso la storia che si è scelto di raccontare, allontanandosi, seppure di poco, da quello che di personale c’è in chi la crea. Nel caso de "La maschera" entrambi i personaggi hanno qualcosa di mio: atteggiamenti, modi di dire o di fare. Ma più di tutto in loro si rispecchia il mio desiderio di condivisione, desiderio estremo a volte, quando si conosce, anche se per poco, la solitudine. Un desiderio così forte da spingere due perfetti sconosciuti ad avvicinarsi e a parlarsi, come accade in questa storia.
La stazione: luogo carico di tristezza, in cui la gente si dice addio, o simbolo di libertà, dove si ha la possibilità di viaggiare prendendo un treno in qualsiasi momento.
A cosa fa pensare a te una stazione?
A entrambe le cose. Sono molto legato al viaggio e al concetto di spostamento, a pensarci bene è proprio quello che mi chiede il mio lavoro: viaggiare. Ma prima ancora dello spostamento fisico, fortunatamente e sfortunatamente molto intenso per chi come me lavora con la musica e in genere con l'arte, è quello immaginifico a cui mi spinge ogni giorno la mia attività. In un certo senso è come se l'artista andasse a fare un sopralluogo con la fantasia laddove poi, chi usufruisce della sua arte, si reca con i sogni. La stazione è un luogo strano, sprigiona malinconia e libertà. È un luogo che raggiungi per poi raggiungere altri luoghi, concetto, quest'ultimo, che si è evoluto e che ho raccontato con il mio cd "Luoghi", la cui copertina è proprio la foto di una stazione.
Dicono che i treni passino una volta sola nella vita. Pensi di aver già preso il tuo?
Io non credo che i treni passino una sola volta. Credo che ci siano sempre occasioni per un animo predisposto e curioso. Dal canto mio sono davvero felice e grato del mio percorso e non ho nessun rimpianto. Dico che di sicuro ho preso un treno, non so di preciso quale, e che di certo sono ancora in viaggio fra le sue carrozze.
Il protagonista del libro conosce la solitudine. Solo le storie e i personaggi dei film gli fanno compagnia. Cosa fai quando ti senti "al buio"?
Non c'è una cosa che faccio con regolarità e metodo, quando non sto bene. Affronto volta per volta la situazione e scopro via via nuovi modi per sorridere, alcuni davvero sorprendenti e a cui probabilmente non avrei mai pensato in altre occasioni. La mia famiglia ha un ruolo fondamentale in questo e, naturalmente, anche la musica. A volte mi capita di non volerne proprio sapere di abbracciare la chitarra e, invece, quando lo faccio, mi accorgo che sa sempre accarezzarmi con affetto, in ogni momento.
Non poter staccarsi da una vita che non si sente più propria costringe a fingere, a nascondersi dietro ad una maschera. È difficile al giorno d’oggi vivere senza assumerne una? Perché?
Oggi tutti portiamo una maschera: ci serve per sopravvivere. Almeno così noi crediamo. Essere realmente noi stessi ci appare pericoloso perché ci fa sentire esposti e indifesi e invece non ci rendiamo conto che è il modo più efficace per raggiungere un sano equilibro tra il donarsi e il difendersi. Quando si finge per paura non c'è possibilità alcuna di equilibrio. Nel libro, questo concetto, viene espresso con forza: entrambi i protagonisti si trovano in bilico, sospesi sulle loro vite senza protezione a causa delle loro maschere. Alla fine, però, almeno una cade, lasciando solo una domanda.
Ti è mai capitato di non sentirti più padrone della tua vita e di dover mascherarti dietro a una personalità non tua?
Sì, più volte. Per paura. E ad ogni finzione è emersa frustrazione: se fingi per creare consensi e invece deludi, ti assale il dubbio che se non avessi finto forse il consenso lo avresti ottenuto e questo frustra non poco; se invece sei vero e comunque deludi, sei certo di esserti dato sinceramente e te ne fai una ragione se il consenso non arriva, perché può capitare. Però almeno così sei tu a interagire e non il tuo fantasma.
Il libro ha una continuità tematica con il tuo precedente "The show"?
Sì e no. Sì perché in entrambi i libri sono grandi squilibri a scuotere gli animi dei protagonisti e a farli destare da un sonno pericoloso; sì perché in ogni mio libro l'arte tocca sempre i personaggi, in qualche modo: in "The show" Francesco Ortes era un musicista, ne "La maschera" la protagonista è una fotografa. Amo raccontare l'arte con l'arte. No perché ogni libro, alla fine, è storia a sé e le situazioni che si creano sono uniche, anche se è sempre lo stesso autore a crearle.
Con "La maschera" quale messaggio vuoi lasciare al tuo pubblico?
Di provare a darsi al mondo senza finzione, umili ma fieri dei propri talenti.

Grazie Luca! Personalmente ho trovato il tuo libro molto interessante e gradevole. Quello che fin dalle prime righe attrae, infatti, è il forte desiderio di conoscenza che spinge i due protagonisti ad avvicinarsi l'uno all’altra, a rompere le barriere della diffidenza o la paura di dialogare con uno sconosciuto. È un aspetto contagioso, perché credo rappresenti la sete di curiosità che anima tutti, chi più, chi meno, a partire dalle persone sole. Inoltre ho sinceramente ammirato la profondità del tuo messaggio e l'efficacia con cui è trasmesso in questo racconto, perché conduce chi lo legge a riflettere, mettendo in discussione aspetti della vita dati troppo spesso per scontati o banalizzati. Auguro a tutto il tuo pubblico, quindi, una lettura altrettanto piacevole e critica de "La maschera", come lo è stata la mia.