Luoghi (Fingerpicking.net, 2004)
Speciale | Indice

Intervista a Gico Pavan e Domenico Calabrò
Di Luca Bassanello

Come aspettare un pacco importante da molto lontano, e non sapere quando arriverà. Ti strofini le mani ogni volta che il portalettere si ferma di fronte a casa tua. Appena se n'è andato corri fuori a vedere se ti ha lasciato qualcosa, ma nella buca della posta c'è solo l’avviso che il tuo pacco è ancora in viaggio. Sta venendo da te, ed ha più valore di quanto ti aspettavi.
A questo punto non stai più nella pelle, e vorresti che fosse già passato il tempo che ti separa da quel momento. L'istante in cui potrai aprire il regalo.
Così siamo in attesa del nuovo cd di Luca Francioso. Si parla di un lavoro di grande qualità, registrato con cura da professionisti, suonato assieme a stelle del firmamento jazz nostrano ed artisti di provato talento. Quindici pezzi, per poco meno di un'ora di musica, altro non sappiamo. Dovremo aspettare ancora dei giorni, ma certo qualcosa sarà trapelato prima della presentazione ufficiale del 27 Febbraio 2004. Il sito sarà presto aggiornato con un'intervista all'autore.
Con questa prospettiva, ci dedichiamo a dar voce a due fra i più stretti collaboratori di Luca, Domenico Calabrò (chitarrista e assistente alla regia) e Gico Pavan (contrabbassista e fonico).
C'incontriamo nello studio dove l'album ha preso vita. Siamo in un bellissimo casolare sui Colli padovani, a Cinto Euganeo per la precisione.
«Il disco è stato registrato qui», esordice Gico, seduto su una panca di legno scuro.
«Il luogo è molto adatto per l'assoluto silenzio e, non ultimo, per un'acustica quasi ideale, procurata da pietra e legno della costruzione. L'atmosfera autunnale ha contribuito a dare sensazioni di grande pace e tranquillità. Avevamo il caminetto a legna per scaldare l'ambiente: colorava la stanza di una luce particolare, creava un senso di tempo “sospeso”. Il crepitio del fuoco si sente persino nel disco, in qualche punto».
I suoi occhi sono persi a ricordare Novembre. Poi continua:
«I colli, in autunno, regalano momenti di struggente malinconia e rara bellezza. Il casolare sorge proprio in cima alla collina, immerso nei vigneti e nel bosco di robinie. Da lì si può vedere il sole che si posa all'orizzonte, e di notte il cielo s'illumina di meravigliose stellate».
Domenico, in ritardo al nostro appuntamento, arriva di corsa, e siede vicino a Gico senza togliersi la giacca. È giovane e poco incline a dilungarsi nelle risposte, ma dice ciò che sente.
«Ciao Domenico. Cominciamo così: chi sei?».
«In questa particolare circostanza credo di potermi definire semplicemente un musicista fortunato di poter collaborare con una persona stimolante come Luca Francioso. Per me è un piacere lavorare con lui, anche perché mi paga bene… [ride]. Credo che tra noi due ci sia un feeling particolare, o più semplicemente ci si diverte molto a suonare e comporre insieme. Con Luca siamo prima di tutto amici. Lui è una persona splendida, ed è riuscito a mettermi a mio agio in ogni circostanza».
«E Gico?».
«Gico lo conosco poco. Però posso dirti che è molto simpatico e, soprattutto, molto professionale».
Sorridono entrambi. Chiedo a Gico:
«Com'è nata la collaborazione fra te e Luca?».
«Ho conosciuto Luca grazie al cantautore Paolo Spoladore, con cui Luca collabora ormai da tempo. All'epoca del nostro primo incontro era giovanissimo e si esibiva con un clarinettista (Stefano Eulogi, dei Caniarcani). Sono rimasto colpito dalla sua fantasia. Anche con pochi mezzi si intuivano un talento particolare ed una certa originalità. Poi ho arrangiato alcuni pezzi di Paolo, e così abbiamo avuto modo di lavorare insieme. Ho sempre seguito Luca con simpatia».
«Quanto ha pesato il tuo lavoro nella registrazione di "Luoghi"?».
«I lunghi anni di professione in campo concertistico e le oltre 40 registrazioni discografiche, mi hanno insegnato a cercare la qualità in assoluto. Tanto per essere chiaro: io non sono un fonico. Sono un musicista che ha imparato a fare le cose necessarie per registrare un buon disco. Ho avuto la fortuna di conoscere grandi fonici, di etichette internazionali, e da loro ho imparato l'essenziale ed il necessario per una registrazione. Ho molti limiti tecnici, ma so bene quello che posso fare. Scelgo solo lavori di un certo tipo. Nel caso del disco di Luca, spero di avere dato il meglio di me, sia in fase di produzione che di post-produzione. Cerco prima di tutto di far uscire il meglio dai musicisti, cerco di aiutarli al momento della lavorazione, perché possa fluire liberamente la musica, dimenticando i microfoni, quando è possibile. Per me questo è il massimo, ed è quello che inseguo. Lavorare per la musica è un servire la bellezza».
Con l'ultima dichiarazione, Gico mi stupisce.
«Visto che ci siamo addentrati un po' in discorsi tecnici, ci puoi spiegare brevemente che strumentazione hai usato per la registrazione?».
«Naturalmente, nell'era digitale, la tecnologia ha un peso determinante. Nonostante tutto, io non credo tanto nelle macchine in sé, quanto nello sfruttarle per ottenere un risultato. Comunque abbiamo lavorato in hard disk recording su stazione "Macintosh-Motu", con preamplificatori "Millennia" e "Lake", convertitori "Apogee", mixer digitale "Yamaha" e gli straordinari microfoni "Shoeps" e "Neumann". Il tutto comandato da "Logic Platinum" della tedesca "Emagic"».
«Come avete proceduto col lavoro?».
«Abbiamo registrato per due giorni soltanto la chitarra di Luca e i due pezzi con Domenico, secondo la scaletta che Luca aveva preparato. Abbiamo fatto prese lunghe, per non "rompere" la musica. Poi abbiamo trovato e corretto gli errori, per registrare brani più precisi. Lo spirito del disco è quello di un "live", ma non trovo giusto che in uno studio si lascino passare errori vistosi. Le orecchie digitali, di cui oggi disponiamo, sentono anche la più piccola sbavatura del suono. Ho chiesto a Luca il massimo ed ho cercato di ottenere quell'idea sonora che avevo pensato per le sue composizioni. Abbiamo fatto le ore piccole ogni notte, è stato un lavorare intensamente silenzioso. Il terzo giorno, quando abbiamo registrato gli altri strumenti, la sessione è stata invece interminabile e faticosa, soprattutto per me».
«Cioè?»
«Le riprese con più strumentisti sono state registrate sulla traccia della chitarra. Dapprima la base ritmica di basso e batteria, insieme. Poi, a parte ed uno alla volta, percussioni, tromba, violino e sax. Alcuni assoli sono stati suonati nel mio studio di Padova città. In fase di post-produzione, dopo il delicato lavoro di montaggio del materiale, ho proceduto con i mix dei brani con più strumenti».
Domenico ascolta attento le parole di Gico. Provo a coinvolgerlo.
«Dal tuo punto di vista, com'è cresciuto questo lavoro?».
«Non saprei risponderti. Ho semplicemente ascoltato quello che Luca aveva scritto, ed ho cominciato a suonarci sopra. Poi abbiamo deciso insieme cosa tenere. Ho suonato in "Camelia" e in "Haiku (i passi)". In "Camelia" ho avuto molta più possibilità di esprimermi, è stato tutto molto naturale. In "Haiku (i passi)" invece non è stato così semplice».
Si ferma e riflette, cercando le parole per farmi capire cosa intende.
«In realtà avevo paura di aggiungere qualcosa ad un brano che mi sembrava già maturo. Luca è abituato a comporre pensando come un direttore d'orchestra, solamente che è la sua chitarra a suonare le parti dei vari strumenti. Quando mi ha detto che ci sarebbero stati anche altri musicisti, infatti, ho avuto qualche dubbio».
«Ma poi?».
«Ma poi, in studio, ho ascoltato il mondo che stava venendo fuori, e sono rimasto meravigliato. Ho avvertito un'atmosfera surreale, veramente emozionante. A dire il vero non ho ancora sentito il lavoro finito».
Gico sorride, immaginando forse la sorpresa di Domenico quando ascolterà "Luoghi" per la prima volta. Mi rivolgo a lui.
«Tutte queste persone che hanno suonato nel disco di Luca, hanno portato un'aria diversa alla sua musica?».
«Ho sempre raccomandato a Luca di lavorare con professionisti. Credo sia un passo fondamentale per la sua maturazione musicale. La presenza di Jacopo Jacopetti (sax), con il quale ho collaborato per più di dieci anni, e di Davide Boato (tromba), altro illustre collega, mette un vestito nuovo alla musica di Luca e nobilita alcune sue idee. Quanto a me, ho partecipato con piacere alla registrazione de "La bolla di sapone", un pezzo trainante e solare».
«A che fase artistica è arrivato Luca, secondo te, adesso?».
«In questi ultimi anni ho visto Luca crescere enormemente, da un punto di vista tecnico e musicale. Credo sinceramente che questo disco sia il suo miglior lavoro, per la qualità di tutti i brani. In questo senso ho una grande ammirazione. Sento in lui solo la mancanza di un'esperienza improvvisativa, la chiave di volta, forse, nella sua carriera. Luca ha le carte in regola per diventare un grande chitarrista, e nel suo genere è già fra gli artisti più stimolanti del panorama attuale. Mi piacerebbe fare qualcosa in duo con lui: aspetto con ansia il suo exploit nell'improvvisazione».
«A proposito di qualità dei brani: c'è un percorso di idee o di immagini che l'album segue?»
Forse non dovevo fare questa domanda ad un jazzista. Comunque Gico risponde.
«Il percorso di idee mi interessa solo in senso strettamente musicale. Quello che conta è la musica. Che la musica esprima un'idea extra-musicale del compositore è relativo. La musica basta a se stessa. Non ho mai chiesto a Luca come sono nati i titoli dei brani, per esempio, non m'interessa. Al tempo stesso, ogni brano del disco ha per me un suo profumo ed una sua emozione, che identifico e riconosco nel profondo. La musica ha una sua coerenza interiore, deve stare in piedi per quello che è e non per quello che vorrebbe essere. Se funziona allora la magia è fatta ed arriva dove deve arrivare. La musica pura sorpassa tutto, non ha bisogno di nulla, neanche dei nostri progetti. Passa come passa la Grazia di Dio nella Creazione: attraverso tutto e tutti, senza guardare in faccia nessuno».
Non ho molte parole da aggiungere. Lancio in aria un paio di idee, sperando che qualcuno risponda.
«Cosa serve per ottenere un risultato? E cosa prova un artista quando suona? Che cosa gli passa nell'anima?».
Domenico prende la parola per primo.
«Ho capito una cosa. Al di là del posto in cui vivi e delle possibilità che hai, quello che conta è che credi in quello che fai, e quanto sei disposto ad impegnarti per realizzarlo. Riguardo quello che prova un artista… Non lo so. Siamo tutti diversi, per fortuna. Se vuoi ti posso spiegare cosa provo io».
«Provaci».
«A pensarci bene non saprei farti un esempio. Posso solo dirti che si crea una specie di alone molto piacevole».
«E per te, Gico?».
«È sempre bello quando si lavora non "per lavoro", ma per passione, come in questo caso. Ma chi può dire cosa si prova? Cos'hai provato la prima volta che ti sei innamorato di una persona? La musica è un'emozione profondissima ed impagabile, che difficilmente si può spiegare. Per alcuni può rappresentare semplicemente un prolungamento del proprio ego, ma allora lo si avverte, è l'ego che risuona e non la musica. Come tutti i doni di Dio, anche la musica può essere vissuta in modi opposti: può essere liberazione, oppure ti può uccidere. Alcuni grandi musicisti con cui ho lavorato si sono fatti ingannare ed hanno vissuto la musica come un prodotto della loro mente e alla fine, molti di loro, si sono uccisi. Erano diventati schiavi delle loro stesse idee. La musica non ci appartiene, è un dono di bellezza e di lode».
Gico si è già alzato, ed infila una vecchia giacca per uscire. Fuori è buio. Domenico, senza una parola, lo segue. Li guardo dalla porta del casolare. Sono immersi nella notte invernale e piena di profumi dei colli. Chissà dove stanno andando! Io torno alla poltrona, vicino al calore del camino acceso. La panca di fronte a me è vuota. Starò qui ad aspettare Luca Francioso, finchè arriverà a regalarmi un'intervista. E mi farà ascoltare "Luoghi". Ormai manca poco. Devo solo attendere.