Luoghi (Fingerpicking.net, 2004)
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21 Settembre 2004
"La vela", Filippo Vomiero

È strano trovarmi a parlare di un cd come "Luoghi", poiché spesso siamo portati a pensare all'artista e autore come a un mito lontano e inarrivabile, tanto che i più bravi sono generalmente definiti in chiave evemeristica "dei". Con Luca, invece, mi lega un rapporto allievo-maestro, sì, ma anche d’amicizia, e durante i ripetuti ascolti della sua musica, non fa che ritornarmi alla mente il suo lato umano, quello diretto e sincero di quella persona con cui, dopo lezione, mi fermo a discutere di musica, tanto che poi spesso devo farmi una bella corsa per evitare di perdere il treno che mi riporterà a casa.
Già in questa breve introduzione ho accennato a delle parole chiave, che esprimono quanto e cosa è "Luoghi": non un'opera, ma quattro anni di vita di Luca, riassunti ed espressi nel linguaggio che a lui è più congeniale: la musica, il sottile e fascinoso regno delle note e dell'armonia, filtrato per noi dalle sue sapienti mani e dal caldo legno della sua adorata chitarra.
Entriamo nel dettaglio: ogni brano è e ha una storia, un luogo visitato, un'esperienza vissuta, un sogno intrapreso, un'emozione assaporata; il tutto dipinto con una toccante sensibilità, intervallando gioia e malinconia, tristezza e felicità, come i vari paesaggi che possiamo ammirare nel finestrino della nostra carrozza in un viaggio sufficientemente lungo.
Per la seconda volta mi trovo a parlare di treni, e quindi arriviamo a uno dei temi portanti, la stazione, sfondo e soggetto di tutto l’artwork, dalle copertine all’immancabile libretto esplicativo: prima meta che raggiungiamo, è anche punto d’inizio per visitare tutte le destinazioni possibili. Questo è quanto espresso anche dai versi, che ricordano il sapore degli "Haiku", scritti da Luca stesso, situati nel cuore del booklet, quasi paradigma di lettura di tutta la sua opera, ripercorrendo così un cammino formativo che a me ha richiamato alla mente il "Tempio dalle mille porte" di Ende: un sentiero, fatto di scelte e ricordi, che alla fine ritrova il protagonista nuovamente al punto di partenza, ma egli è oramai cresciuto, maturato dopo aver nutrito il suo spirito di così profonde e numerose esperienze.
Tecnicamente parlando, Luca, è un fingerstyler: nonostante le influenze di nomi illustri, in primis Franco Morone (apertamente considerato suo mentore), questa definizione ha ben poco a che vedere con il suo stile musicale, anzi. È piuttosto il suo approccio allo strumento, nonché nobile espressione di quest’ultimo. In quanto "tecnica", non è l’unica, ma rimane la preferita del nostro artista per la versatilità, riuscendo a creare una sinfonia di voci indipendenti su un unico strumento, così che il ruolo di chi suona è più affine a quello di un direttore d’orchestra, che non a quello di un "semplice" strumentista.
Io ho avuto la fortuna di ascoltare alcuni brani dal vivo in anteprima rispetto all'uscita del cd, ed è stata una grande sorpresa scoprire come si sia riusciti a integrare in canzoni già "complete" altri strumenti: il caso più eclatante, a cui mi riferisco più direttamente è, senza dubbio, "La Bolla di Sapone", un capolavoro per chitarra sola che, nella versione arricchita di contrabbasso, violino e percussioni presente nel cd, diviene un tuttotondo che, a seconda dell'angolazione dell'inquadratura, rivela di volta in volta sfumature nuove, che sono anche i riflessi della bolla stessa, da cogliere e carpire prima che questa scoppi e sparisca per sempre.
Il lavoro che abbiamo davanti rientra a stento nelle categorie musicali, proprio perché il filo conduttore è composto dall’intreccio delle emozioni trasmesse, e non l'idea di affiancarsi a un certo "genere", "genere" spesso creato dai critici e non dagli artisti, per fini molto più commerciali che artistici. Ciò che colpisce è la genuinità, al momento di incidere, Luca non cerca artifici tecnici, ma cerca di portare al meglio la musica che fa nelle case.
Tutto questo avviene senza tralasciare l’aspetto qualitativo, anzi, vi è una cura notevole e meticolosa, in ogni minimo particolare: sia dal lato acustico (ovvero in registrazioni con mezzi e tecnologie di prim'ordine), sia alla resa estetica vera e propria del cd stesso, che consiglio a tutti di vedere per non trovarmi costretto a sminuirne le qualità con una descrizione sommaria.
Per definire in una sola parola questo cd, userei "equilibrio", o "armonia" per utilizzare un vocabolo proprio anche della terminologia musicale, ma, ancora meglio, prenderei a prestito un concetto dalla tradizione giapponese: "ma". "'Ma' è uno spazio libero fra più cose, è un intervallo neutro fra più avvenimenti. È un vuoto che separa e che contemporaneamente unisce per implicazioni di immagini, di gesti, di parole e di suoni che sottintende. È una lettura fra le righe. È un nulla percepito come una virtualità creativa per l’immaginazione. […] Nella musica tradizionale, importante quanto le note è la pausa che le separa e che evoca risonanze. C’è sempre una sfasatura, in ritardo o in anticipo, fra il suono di uno shamisen e il canto, per produrre l’effetto di irregolarità, di associazioni impreviste, come un invito per altre voci e altri suoni ad entrare nel gioco." (Massimo Raveri, "Itinerari nel sacro. L’esperienza religiosa giapponese". Venezia, Cafoscarina. 1984, p. 33) È l'abilità nel gestire, centellinare e costellare "ma" che crea l’attrazione, quella forza che ci invoglia a non discostarci dalla musica e dallo stereo, fino a che, purtroppo, la luce che filtra da dietro ai "Vetrini colorati" si spegne, il suono diviene flebile e il disco si ferma: tutti a casa, il viaggio è finito.