Passa-Parola, Note non note
Aprile 2005 | Indice

Situazioni non note. Non lo "Siae"?
Alzi la mano chi è contento della scuola. Anzi, meglio: alzi la mano chi, le mattine di qualche anno fa, si svegliava pieno di entusiasmo per la scuola ed era smanioso di andarci. Va beh, voi in prima fila abbassetela: vi ho fatto una domanda sciocca! Ripeto: a parte i secchioni, chi era felice di andare a scuola? Mmh... Immaginavo. Eppure la scuola è stata avviata per essere un utile strumento per la comunità, per educare (dal latino ex ducere: condurre da, tirare fuori) le nuove generazioni. Insomma dovrebbe (e sottolineo dovrebbe) essere una cosa per la gente, dunque per noi. No, no, non pensate che questo mese voglia tenere un comizio, è solo un esempio.
Riflettete: quante realtà sono state avviate per essere utile strumento, per la gente e dunque per noi? Ma quante di esse trovano un positivo riscontro da quelle persone per cui sono state avviate? Beh, è inutile contarle. Problemi di tempo. E poi questa contraddizione mi sembra sia sotto gli occhi di tutti ed è inutile aggiungere parola a evidenza. Però, visto che sono un musicista (e poco pratico di politica) vorrei comunque parlare di una realtà piuttosto strana, che ancora (anche se provandoci con pigrizia, lo ammetto!) non riesco a capire. La "Siae". La "Siae" è una società (Società Italiana Autori e Editori) che tutela i diritti d'autore. Quindi possiamo dire che è una realtà nata per tutelare gli artisti, creata e avviata per gli artisti, perché nessuno usi impropriamente, e senza riconoscerne i diritti (anche econimici), di un'opera letteraria, o teatrale, o musicale... di un'artista. Una specie di "Superman" personale, insomma. Bene. Provo a rivolgermi ai musicisti, adesso. Alzi la mano chi è contento della "Siae". Meglio: alzi la mano chi si sente equamente tutelato dalla "Siae" ed è felice di versare le tariffe del caso (visto che hanno il monopolio nazionale su spettacolo e intrattenimento) perché consapevole di un corretto e giusto funzionamento degli ingranaggi societari.
Anche io sono socio "Siae" e uno potrebbe dire: "Le tue parole sono al quanto sarcastiche! Se non sei contento del loro servizio perché non ti dissoci?". Ottima domanda! Non ho una buona risposta. Forse perché se un cd o un libro non hanno il (costosissimo) bollino siae, nel contesto in cui siamo, è meno di una demo o meno di una dispensa ben confezionata? Non lo so. Torniamo alla conta dei musicisti: chi di voi è contento? Da quando ho scelto di fare il musicista non ho mai sentito un musicista, un editore, un discografico, un gestore di pub, etc... affermare: "Sono ("felice" sarebbe troppo pretenderlo) d'accordo con l'operato della "Siae"! Allora: o io e tutti quelli che in questi anni ho sentito, siamo in pochi, e sfigati per giunta, oppure c'è qualcosa che non va. Per la prima ipotesi non credo che ci sia molto da aggiungere, ma per la seconda sì. A parte che fino a poco tempo fa per diventare socio "Siae", quindi chiedere tutela per una canzone, dovevi fare un esame a pagamento, con buona probabilità di essere bocciato. Ma io dico: se ti chiedo tutela, perchè devo dimostrarti di essere bravo nel comporre? Questa non è prerogativa indispensabile alla mia richiesta di tutela. Adesso, per fortuna, non serve più l'esame (in tutti gli altri paesi da mo' che era così!), però intanto in quanti lo hanno fatto? (Chevvordì: in quanti hanno pagato?). Va beh, non pensiamo al passato. Ma ad oggi. Quando diventi socio della "Siae", per contratto, non puoi rinunciare ai tuoi diritti. Mi spiego: se tu organizzi un concerto, devi chiedere un permesso "Siae" (non capisco l'obbligatorietà della cosa!). Dei soldi che tu paghi, una percentuale va all'artista o agli artisti che hanno scritto i brani che durante quel concerto si suoneranno. Se ad organizzare la serata è l'artista stesso e dice: "No, per questa serata non voglio i diritti, voglio suonare gratis. Vorrei pagare direttamente la differenza". Non si può. Per contratto non si può rinunciare ai diritti (beh sì, lo puoi fare, ma con una formale richiesta scritta che sarà valutata a discrezione degli organi competenti e bla bla...). Ma come! E che diritto è? È una tassa! Giustificata dal diritto! Il fatto che se non ti attieni a queste regole e svolgi comunque attività concertistica, magari gratuita (perché no? Perché ami quello che fai... Può essere?), vai contro la legge è un deterrente sufficiente a tenere tutti a bada e a distanza, cosicché dire: "No, scusate, io non sono d'accordo!", diventa pericoloso. Un po' come a scuola, che se non studi San Tommaso d'Aquino (è un esempio, eh) perchè magari per te ha detto un sacco cretinate, prendi tre e devi stare zitto. Ovviamente la mia indole utopistica prende il sopravvento quando parlo di queste cose, naturale! Continuerò a sognare... Ma la cosa più importante che mi chiedo è questa: se organizzassi una gita per far contenti degli amici e poi mi accorgessi che i miei amici non si stanno divertendo, ci starei male, mi farei delle domande, tipo: ho sbagliato il posto? La gita è noiosa? Insomma mi preoccuperei... Mi chiedo se la "Siae" si fa queste domande o se si preoccupa della crescente insoddisfazione nei suoi confronti. O forse c'è da chiedersi perché tutte le realtà nate di recente per proporre un servizio simile a quello "Siae", ma più vicino agli artisti, siano scomparse così presto. Boh, forse per questo mese ho fatto troppo il Michael Moore. È il caso che vi saluto. Al prossimo mese.

L. F.