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2005 | Indice

Luca Francioso e Domenico Calabrò in mp3

«Quasi per gioco. Un microfono, un piccolo computer portatile. Un vassoio pieno di pasticcini calabresi. E la voglia di condividere musica con Domenico. Poco tempo a disposizione per provare e stare insieme, ma tanto a Domenico basta dirgli di suonare e lui suona tutto».
«See, è la tua musica che mi prende dentro!», dice lui quasi imbarazzato.
Mentre scrivo seduto sul divano, Domenico si preme un fazzoletto di carta sul mento.
«Che palle!», sbotta un po'.
«Calabrò, la barba è una cosa da uomini!».
«E noi uomini del sud siamo!».
Sarà! intanto, mentre lui fa avanti e indietro per guardarsi la ferita allo specchio del bagno, io ripenso alla settimana passata insieme, ai concerti fatti e alla musica suonata. Un po' di malinconia avanza indiscreta, ma provo a sbarrarle la strada.
«Calabrò», gli grido, «vogliamo scrivere qualcosa di sensato?».
Dal bagno sento:
«Hai un cerotto?».
Si avvicina allo schermo del computer e rilegge velocemente quello che ho scritto.
«Ma che stai scrivendo? Un romanzo?».
Si siede vicino a me, ancora col fazzoletto che tampona, e forse questa pagina può cominciare ad avere un senso.
«Allora, ti sei divertito in questi giorni?».
«E certo. Mi sono fatto una cultura di film: da "Attila, flagello di Dio"...», si ferma e ride, «a "The village"».
«Va beh, a parte i film, intendevo».
«Sì, sì».
Nei suoi occhi neri si scorge il ricordo della serata in villa Foscarini-Rossi, di qualche giorno fa.
«Come non parlare del concerto in Villa?».
A queste parole suona la sveglia del forno. Il pane è lievitato. Domenico prende l'occasione al volo, si alza e dice:
«Mi prendo il cerotto, va!».
Ride. Poi, facendo il verso ad Abatantuono, fa: «Sbabbari, mi sono flagellato il mento!».
Quando mi raggiunge nuovamente sul divano ha un vistoso cerotto sotto l'orecchio.
«Ma che stai scrivendo? Non dovevamo parlare delle incisioni che hai messo nel tuo sito?».
«Qua l'unica incisione degna di nota è la tua scorticata sulla mandibola!».
Si ride insieme. La pagina continua a non avere un senso.
«Sì, dai, parliamo dei brani», ma nessuno dei due sembra avere voglia di farlo.
«I brani sono nati e basta», dice Domenico, «uno se li scarica e se li sente. Non c'è bisogno di parlarne!».
Lo guardo stupito: «Oh, guarda che Marzullo va in onda a mezzanotte!».
Sorride e si mangia qualche parola in dialetto fra i denti. Io ne approfitto e le mie radici meridionali sembrano apprezzare la cosa. Propongo:
«Scriviamo il commento ai brani in dialetto?»
«E chi 'nci ricimu?!», mi domanda in un calabrese spigoloso. Io mi metto due dita sull'orecchio e faccio il verso ai traduttori. Dico a voce bassa: «E che cosa gli diciamo mai?».
Intanto mancano cinque minuti alla cottura del pane. Lo dico ad alta voce.
«Non cinque», mi corregge Novella, che fino a questo momento aveva assistito alla patetica scena di noi sul divano che proviamo a fare un commento ai brani in silenzio, presa dai suoi esperimenti da panettiere: «sssciccu minuti!».
E allora il delirio diventa un delirio a tre. I dialetti veneto e calabrese si confondono in un crescendo di battute che culminano in una cagata tipo: «Calabrò, perché non ti trasferisci a Padova, così diventi Venetò?».
In quel preciso momento suona la campana che annuncia la cottura del pane. Domenico mi guarda e mi dice:
«U pani è cottu! Consamu a tavola!».
Io do una salvata al file. Chiudo. E buon appetito a tutti. Pausa pranzo.
Dopo il rancio io e Domenico siamo seduti scomposti sul divano, come animali sazi dopo la caccia. Novella è uscita subito dopo il caffè e noi ci siamo messi a riascoltare tutte le registrazioni fatte in questi giorni. L'odore di pane è ancora nell'aria. Domenico esordisce:
«È incredibile come con un microfono e un computer si riesca ad avere questo suono».
«Un microfono, un computer e i pasticcini calabresi», aggiungo io.
«Ti calasti tutti!» (dal calabrese: "Ne hai mangiati in grossa quantità!").
«Buoni!».
Assecondo la battuta, poi dico: «Sì, il suono è proprio carino, grezzo. E le chitarre scordate al punto giusto!».
«No, non scrivere così altrimenti nessuno si scarica i brani!».
«Perché», chiudo sarcastico io, «secondo te dopo aver letto 'sta cosa qualcuno ha il coraggio di ascoltare gli mp3?».
Non ho ancora finito di parlare che su Domenico si stampa un'espressione un po' insoddisfatta.
«Cosa c'è?», gli chiedo.
«No, è che quello che stai scrivendo non rispecchia quello che abbiamo registrato».
«Cioé?».
«Che qui c'è un tono ironico, invece i brani hanno tutt'altro tono».
Le sue parole mi spiazzano. Mi viene un rapido pensiero di cancellare tutto, ma poi dico:
«Beh, la contraddizione fa parte della musica».
Non so se Domenico è d'accordo con quello che ho detto, e forse neanche io. Poi di colpo cambio rotta. Chiedo:
«Su quali dei brani registrati ti è piaciuto di più lavorare?».
Dopo un po' di silenzio lui mi spiega: «Non lo so. Non credo ce ne sia uno in particolare. Mi è piaciuto improvvisare melodie e mondi sulla tua musica, creare intrecci e situazioni emotive differenti».
«Vale anche per me». Vero.
«La sensazione è stata che le melodie che venivano fuori sembravano non finissero mai, come se avessi potuto suonare all'infinito, avendo sempre qualcosa da dire».
Sentire queste parole mi rende felice. È così bello condividere!
«Beh», scrivo direttamente invece di dirlo prima, «a me è piaciuta molto "La voce degli alberi". È stato l'ultimo pezzo che abbiamo registrato, ma è quello che mi ha regalato più emozione».
D'un tratto Domenico si alza e mi dice:
«Senti che agitazione che ho addosso!».
«È per la partenza?».
«L'ansia del viaggio».
Mentre lui cammina su e giù per la cucina io mi accorgo che fino a quel momento non ci avevo pensato al fatto che dovesse partire domani. Ora però la cosa ha preso improvvisamente corpo. Rileggo velocemente le ultime righe e decido che è il caso di chiudere questo foglio elettronico e di tornare a suonare un po', visto che sicuramente passerà del tempo prima che io e lui si possa farlo di nuovo insieme.
«Dai, concludiamo», dico sorridendo io, un po' malinconico.
Domenico si appoggia allo schienale del divano. Dice:
«Stasera siamo in radio. Chiudiamo bene».
«Dai, ringranziamo in diretta il Pajusco che ci ha prestato il microfono panoramico per registrare».
Domenico fa una smorfia ebete e allunga la mano aperta.
«Ciao mamma. Grazie Matteo!».
Rido e mi sparo un: «Foragabbu!», tipico intercalare calabrese. E poi:
«Bene, che dire per concludere?».
«Beh, dire: "Buon ascolto" forse è scontato. Dovremmo dire qualcosa che non c'entra niente».
«Mmmh... Qualcosa che non c'entra niente... Che ne dici di: "Sbabbari... Imo”?».
«Perfetto!».
E sul vento di "Attila, flagello di Dio", tormentone di questo soggiorno padovano di Domenico, finisco queste righe ringraziondolo di cuore, perché suonare con lui mi fa stare bene. Spero che quello che ascolterete vi accarezzerà come ha fatto con me. Ciao.
«Aspetta», mi ferma Domenico improvvisamente, mentre stavo già per chiudere il computer, «cambiala quest'ultima frase, perché sembra che ti ho accarezzato io e non la musica, eh!». (L. F.)

Il primo gradino (3,4 MB). Da "Scala cromatica per uscita di sicurezza"
La voce degli alberi (4,3 MB). Da "Scala cromatica per uscita di sicurezza"
Un'altra luna (5,3 MB). Da "Luoghi"