Il Padova
15 Luglio 2006 | Indice

Lo sport unisce, il denaro divide
Ai mondiali, l'Italia in finale ogni 12 anni: 1970, 1982, 1994, 2006. Nel 1970 ero ancora un desiderio tra i pensieri dei miei. Nel 1982 avevo 6 anni e una voce ancora poco scura per urlare la gioia e la passione, già vive, per un gioco. Nel 1994 ero nell'età in cui una sconfitta brucia come un ago rovente e l'illusione che il gioco possa prescindere da soldi e potere sa sfottere con un sarcasmo sottile. Nel 2006, oggi, sono disilluso e amareggiato da una realtà che non ha esitato a mostrarsi per quello che è, ma ancora amante di un gioco, il calcio, che, come un sarto talentuoso, cuce culture opposte e dona il piacere di un agonismo sano, anche se a volte non manca di accendersi in un esagerato focolare.
Così, al rigore decisivo della finale di domenica, ho esultato quasi con il fuoco in gola, assaporando una vittoria detergente, almeno per qualche attimo: i volti deformati dalla gioia dei calciatori e dei tifosi, le distanze annullate da un abbraccio, la festa di colori e le danze, hanno lavato via la lordura del denaro a tutti i costi, quella smania di vittoria con ogni mezzo, anche illecito, che ammazza lo sport e lo mortifica. È come se lo sport, domenica notte, si sia ripreso con un guizzo la nobiltà che gli spetta e i giocatori, tutti, hanno onorato questa rivendicazione, spinti (ne sono sicuro) non dall'ingaggio o dai premi partita, ma da quel sogno che ogni giocatore coltiva con pazienza e cura fin da piccolo: salire sul gradino più alto di tutte le competizioni e alzare al cielo la coppa del mondo.
La passione ha vinto. D'altronde i sogni non hanno prezzo, anche se molto spesso glielo diamo. Ed è questo che ancora mi fa amare questo sport, in barba alla politica corrotta e al giro di denaro squilibrato che lo condisce: l'occasione che regala di eccellere, di spingere i propri limiti al massimo, fin dove si può, per realizzare quello che sembra impossibile.
Non sono pensieri, questi, di un tifoso gasato dalla vittoria della propria squadra, ma sono riflessioni di un amante dello sport e delle cose genuine a cui, probabilmente, poco sarebbe cambiato se l'Italia avesse perso, confortato dalla solida convinzione che lo sport unisce e che il denaro divide.