Il Padova
15 Giugno 2006 | Indice

Un brano per esaltare le tegnùe
Avendo passato i miei primi 13 anni nella Calabria tirrenica, e dunque abituato ad un mare limpido e profondo, a onde vertiginosamente alte e ad una spiaggia ricca di scogli e pietre, quando mi sono trasferito in Veneto l'impatto emotivo con l'alto Adriatico non è stato dei più felici, visto il mare scuro e pieno di alghe, le onde modeste e le lunghe distese sabbiose che lo caratterizzano. Non è stato facile adattarmi al nuovo paesaggio e solo i giorni più caldi dell'estate mi hanno spinto a viaggi interminabili di bus diretti a Sottomarina, senza però che il mio entusiasmo acquistasse vigore. Con il passare del tempo, lo sguardo stranito per un mare che non sentivo mio si è attenuato sempre di più, fino a che il disagio è diventato rassegnazione e la rassegnazione abitudine.
Di recente, però, una parola ha scosso questo torpore e ha incoraggiato il mio interesse per questo mare, una parola che mi ha subito affascinato, sia per le leggende che ispira sia per quello che questa parola rappresenta, un mondo che quasi sembra non appartenerci. Questa parola, il nome di questo mondo, è "Tegnùe".
Già nel 1700 era nota la presenza di rocce sommerse al largo delle coste nord Adriatiche, ma secondo i pescatori queste rocce, che trattenevano e spesso rompevano i loro attrezzi da pesca, non erano altro che i resti di antiche città sommerse in seguito a violente mareggiate. Alcuni asserivano addirittura di vederne i campanili dalla barca.
In effetti la leggenda non è molto lontana dalla realtà, visto che le "Tegnue" ("trattenute", in dialetto), rocce organogene sovrapposte a substrati duri che si sono formati dal consolidamento di sabbie, molto simili alle barriere coralline, assomigliano ad un borgo ricco di vita e di forme, a un'esplosione urbana di colore che ubriaca e stupisce e che interrompe, come un incantesimo, la monotonia desertica di sabbia e fango della distesa adriatica.
Quando ho visto le foto di questo spettacolo non potevo credere che il sito più grande si trovasse a largo di Chioggia e, sotto l’effetto della meraviglia e di un senso di colpa latente, ho voluto comporre un brano che ne omaggiasse la bellezza e che, in un certo senso, mi riconciliasse con questo mare.
È un cittadino padovano, Piero Mescalchin, amante del mare e delle sue profondità a combattere perché le "Tegnùe" vengano valorizzate e protette, ed è strano che sia sempre e solo il privato a voler conservare la bellezza.