Il Padova
14 Dicembre 2006 | Indice

Addio alla bottega della musica
L'evoluzione della musica e di come se ne può fruire è veloce e incontrollata. Le nuove tecnologie di riproduzione sostituiscono senza respiro le vecchie, dando ogni volta un senso diverso alla divulgazione e al consumo. Si arriverà di certo, a breve io credo, ad eliminare i supporti audio e ad avere solo sterili lettori, capaci di archiviare dalla rete migliaia di brani in scatoline minuscole, spersonalizzando così la proposta di ogni singolo artista e facendo della musica una ratatouille da consumare con un'insana ingordigia. A questa spersonalizzazione, le cui cause si rincorrono a vicenda nel cerchio del "tu non abbassi i prezzi e io masterizzo, tu masterizzi e io non abbasso i prezzi", all'interno del quale a perdere è solo l'arte, si aggiunge quella operata dai centri commerciali sulla pelle delle piccole botteghe, a stento capaci di seguire il passo affannato del mondo e delle sue brillanti regole di innovazione. Questi due meccanismi globalizzatori si assomigliano fortemente, considerato che un centro commerciale è come un lettore mp3: entri e trovi tutto. Il fatto è, però, che questa allettante prospettiva annulla le potenzialità e le competenze del singolo, oltre ad incenerire il rapporto a due tra chi propone e chi usufruisce. Ed ecco che così è accaduto: il negozio di dischi più vecchio del mondo chiude. Una botteghetta quasi insignificante che da più 100 anni in Galles dispensava musica cede il passo alla macchina super accessoriata del tempo, che ne ha seviziato con cura la passione del dettaglio con l'apertura di centri commerciali vicino alla sua piccola insegna, con il conseguente lievitare dei prezzi degli immobili circostanti, compreso l'affitto del negozio che è quadruplicato, e con la rinuncia all'acquisto a cui viene preferita la facilità e la convenienza di un clic. Questo addio è una sorta di monito allo squilibrio, il lamento, forse anacronistico ma non patetico, di un mondo che viene messo da parte nonostante la sua longeva genuinità e la qualità che si porta ancora dietro. È il segno spiacevole che siamo vittima delle nostre invenzioni, di per sé affascinanti e di grande utilità, ma impoverenti quando l'utilizzo è privo di equilibrio. Io credo nella tecnologia, ma solo l'equilibrio può salvare.