30 Marzo 2007
"Parliamo Africa", Giulia Consonni
Ho avuto il piacere, oltre all'onore, di intervistare Luca Francioso, un giovane chitarrista di Padova che, come lui stesso dice di sé… "usa la sua chitarra come voce principale delle storie che racconta, per comunicare e condividere al servizio della melodia e dell'emozione, con una curiosità a 360 gradi in fatto di ascolto e ispirazione…". Lo ringrazio della gentile attenzione e del tempo che mi ha dedicato per rispondere a poche ma essenziali domande che permettono a me e a voi tutti di conoscere qualcuno di così diverso e davvero speciale tra i giovani d'oggi…
Ciao Luca! Anzitutto, per chi ancora non ti conoscesse, puoi fare una tua breve presentazione?
Certo, brevissima. Dei miei trent'anni, alcuni li ho vissuto in Calabria, dove sono nato, e gli ultimi li ho divisi tra Dolo (VE) e Padova, dove da due anni vivo con mia moglie Novella. Sono un amante dell’arte e ne ho fatto la mia forma di comunicazione più diretta, alternando le corde di una chitarra all'inchiostro di una penna per condividere musica e prosa.
Qual è il tuo lavoro e come si articola nello specifico?
Il mio lavoro consiste nell'osservare, tradurre e narrare, nel modo più scrupoloso e credibile possibile. A volte questo processo si muove in bilico tra realtà e sogno, confine pericoloso e affascinante, ma è un rischio che un artista deve correre, necessario quasi, in ogni caso arricchente. A questo si aggiunge l'avere a che fare con tutti quei meccanismi e quelle metodologie con cui un artista prova a proporre la sua ricerca alla gente, aspetto che richiede molto tempo ed energia e, spesso, una corazza robusta, considerata la crescente praticità del mondo e la sua poca memoria per la meraviglia.
In cosa consiste esattamente la tecnica del chitarrista "fingerstyle", quale sei tu?
Nell'autonomia dello strumento. La chitarra acustica, nel marasma elettrico di oggi, è sempre poco considerata nella palla sonora, le si affidano compiti ritmici o arpeggi minimi a malapena udibili, senza nessuna considerazione per le sue enormi potenzialità e per le sue innumerevoli sfumature sonore. Il "fingerstyle", il suonare cioè la chitarra con le dita e non con il plettro, permette allo strumento di ottimizzare le proprie risorse timbriche e polifoniche, così da produrre contemporaneamente una ritmica e più voci. È davvero affascinante vedere cosa si può fare solo con una chitarra acustica!
Cosa cerchi di comunicare al pubblico attraverso la composizione della tua musica?
Tutto il comunicabile: storie, emozioni, meraviglia, bellezza, nostalgia di Dio, energia, passione. In sostanza tutto le cose in cui credo. Chiaramente molti tentativi vanno a vuoto, ma quando accade la vera condivisione è sorprendente il numero di ponti che si riescono a creare, a volte succede che arrivano emozioni alle quali io nemmeno avevo pensato. È la magia di questo linguaggio così diretto: l'arte.
La chitarra è senza dubbio il mezzo artistico di cui ti servi maggiormente nella tua professione. Oltre alla suddetta, segui altre strade espressive?
Oltre all'amore per la narrativa, per le parole e per la loro forza di cui ti ho già parlato, credo che se per qualche motivo non potessi più né suonare né scrivere, inevitabilmente il bisogno di condivisione che ho incastrato tra cuore e pancia troverebbe altri sbocchi espressivi, altre strade, visto l’amore incondizionato che provo verso tutte le forme d'arte: pittura, fotografia, danza…
Quali sono state le collaborazioni o gli eventi che ricordi con particolare riconoscenza?
Senza dubbio i nove anni con don Paolo Spoladore. Molto di quello che sono diventato come uomo e come artista lo devo a lui e alla collaborazione con la "Usiogope edizioni". Gli insegnamenti e la stima di persone come Donpa, Lorenzo e Fabiola, hanno fatto crescere la mia curiosità per la musica e la scrittura e, questa profonda condivisione, mi ha dotato di conoscenze tecniche degne dei migliori corsi professionali, oltre a coltivare la mia passione verso la genuinità delle cose e la bellezza. Sono grato per quanto ho appreso e la forza che ho accumulato.
Nel tuo lavoro abbracci con molto impegno la solidarietà. Quali sono le motivazioni che ti spingono a farlo?
Perché la solidarietà è condivisione e l’arte è condivisione. Purtroppo, in questi anni, mi sono scontrato con una solidarietà in cui non credo, troppo spesso attenta alla storia e alla reputazione di chi l'aiuto lo richiede che non alla realtà dell'aiuto, troppo vincolata alla burocrazia, alla politica e alla messa al vaglio della richiesta, alla sua convenienza o sconvenienza. Per me la solidarietà deve essere incondizionata e va allontanata con cura dal significato che le abbiamo attributo oggi, molto più simile a quello di pietà. La praticità dell’aiuto organizzato, quando diventa vincolante, mi mette tristezza.
Hai dei progetti imminenti o comunque in fase di elaborazione per il tuo futuro professionale, concernenti proprio il campo solidale?
Sì, assieme al mio staff stiamo cercando di organizzare quattro concerti per la primavera del 2007, coinvolgendo anche altri artisti di calibro del mondo della chitarra acustica, per raccogliere fondi che servono a restaurare un ex convento in Burundi, distrutto dalla recente guerra, e per adibirlo a scuola per 500 ragazzi. Il progetto è stato proposto a più enti e a più associazioni onlus e in questo momento siamo in attesa di risposte.
Cosa ti senti di dire ai giovani di oggi e ai tuoi coetanei che spesso si ritrovano in bilico nelle loro scelte di vita o allo sbando?
La prima cosa che mi sento di dire loro è di dare il giusto peso alle parole del mondo, soprattutto quello educativo genitori e scuola perché spesso è proprio da lì che partono le ventate più minacciose capaci di spegnere la fiamma di qualsiasi sogno. Purtroppo il nostro mondo è sempre più pragmatico e, fra le sue regole di sopravvivenza, la parola "sogno" significa ormai "impossibile" e non "rivelazione", "visione" o "intuizione". La scuola, i genitori e gli educatori in genere non fanno che fornire ai ragazzi modelli di comportamento inevitabilmente figli di epoche e culture variabili, esposte dunque alle correnti del tempo, quando invece l'unicità di un cuore dovrebbe solo cercare la propria indole e farne un tesoro da custodire, alimentare e donare. È in questa ricerca che bisognerebbe investire e non nell’ottusa volontà di creare figli fotocopie di carne delle frustrazioni di padri e insegnanti. È capitato per troppo tempo e con danni inenarrabili. Puntare sulle proprie potenzialità, investire la propria vita nell'ottimizzare il proprio talento: questo dico con tutto il cuore a chi si sente in bilico tra sé e l'immagine che gli altri hanno di lui, a dispetto di difficoltà e di sapienze invecchiate dalle delusioni che presumono di sapere cosa è conveniente o sconveniente. Credere, credere e poi ancora credere di essere unici e speciali, perché è così, e non stancarsi mai né di cadere né di rialzarsi.
Sei soddisfatto della tua carriera artistica?
Molto. E ne sono grato.
Un sogno nel cassetto?
Grazie a Dio lo sto vivendo.
Per chi fosse interessato a conoscerti di più, dove può contattarti?
Sul mio sito.
Grazie Luca! Le ultime righe sono tutte per te…
Non voglio fare né il predicatore di turno né l'opinionista saccente né il moralista retorico e bigotto, ma l'unico messaggio che mi sento di lasciare tra queste righe non è il mio, ma quello di un uomo che ha sconvolto l'epoca in cui è vissuto e le epoche che gli sono succedute con parole semplici ma potenti: credi in quello che fai e fallo con amore, i risultati non tarderanno e ti sorprenderanno davvero.