28 Agosto 2003
"Occhiaperti.net", Guido Cagnoni
Sul Ferrara Festival Buskers 2003
Protagonista di quest'oggi è un Busker italiano, presente alla 16° edizione del festival come accreditato, Luca Francioso, che alcuni di voi avranno forse visto esibirsi con la sua inseparabile chitarra.
Cominciamo da alcune note biografiche per introdurti a me e ai nostri lettori.
Sì, dunque, sono nato a Reggio Calabria, ma dopo pochi anni mi sono trasferito con la mia famiglia a Bagnara Calabra (i più informati lo ricorderanno come il paese di Mia Martini e Loredana Bertè), primo spostamento di una lunga serie dovuta al lavoro di mio padre, che è stata la mia culla di vita e artistica.
È stato lì che ho cominciato lo studio della chitarra, con il Mo. Giuseppe Alati. Purtroppo in quel territorio le potenzialità sono tante ma inespresse, e le poche opportunità che si presentano raramente vengono colte, così mi sono trasferito al nord, dove risiedo e lavoro tuttora, a Dolo, in provincia di Venezia.
Musicalmente ho prodotto due dischi, nel 2000 e 2002. Il secondo è quello più interessante, visto che prevede per ognuno dei 15 brani un quadro creato dall'artista Giovanni Canova, che ha disegnato ispirandosi alla mia musica: si intitola, molto chiaramente, "Schizzi su carta".
Un gradito ritorno il tuo al Ferrara Buskers Festival, vista la tua precedente partecipazione come accreditato l'anno scorso, vero?
Proprio così, anche se la storia è un po' più complicata: un anno fa sono venuto a Ferrara non sapendo quasi nulla del festival, spinto dalla curiosità, con il mio strumento e tanta voglia di suonare, ma poi ho scoperto che non si poteva senza l'accredito. Per fortuna i ragazzi dello staff hanno trovato una soluzione e mi hanno dato il permesso di esibirmi in via Voltapaletto, di fronte ad un civico rimasto libero. Nei miei ricordi Ferrara e il suo festival sono principalmente legati alla disponibilità dell'organizzazione, ed è stata proprio questa la più bella conferma al mio arrivo qui all'inizio della settimana. Mi sono sentito come a casa!
Un chitarrista un po' sui generis: il tuo stile si chiama "fingerstyle". In breve, per noi comuni mortali, in cosa consiste?
È uno stile che si è sviluppato grazie all'intuizione per cui la chitarra acustica potesse sviluppare a pieno le sue sfumature sonore, come già accadeva per la classica, uscendo dall'angolo in cui viene relegata come strumento di semplice accompagnamento. In fondo alle origini del blues, nei ghetti dei blues-man, si suonava la chitarra acustica e da lì la storia ha visto l'evoluzione di questo strumento, fino agli anni più recenti, grazie a dei grandi strumentisti come John Fay, Stefan Grossman, John Renbour, senza dimenticare uno dei "padri" dell’ultima generazione di chitarristi italiani, Franco Morone, che per me è stata una figura artisticamente molto importante.
Oggi non si può dire che il panorama sia confortante, in genere i locali richiedono solo covers band, e per il resto c'è poco o nulla. Credo che questo appiattisca il tutto. Io, a un pubblico molto numeroso, distratto e svogliato come quello dei locali, preferisco poca gente, ma che sia interessata e che ti ascolti veramente.
Oggi mi sono svegliato e ho deciso di fare il Busker! Qual è stata l'origine della tua carriera "on the road?"
Le mie prime esperienze artistiche sulla strada le ho fatte a Londra. Andavo spesso a Covent Garden, ma venivo regolarmente cacciato via. Poi ho capito che bisognava avere un permesso, un pass da ottenere dopo un'audizione mensile, così mi sono spostato furtivamente nell'undeground, e lì mi sono trovato bene anche grazie al forte riverbero dei cunicoli che faceva rimbalzare il suono un po' ovunque. Fra l'altro alla metropolitana londinese è legata anche la composizione di un pezzo contenuto in "Schizzi su carta", che ho intitolato "Mind the Gap". A Londra, comunque, è diverso che qui in Italia: i suonatori di strada sono visti come una cosa normale, la gente si ferma, si diverte, ascolta. Qui c'è ancora una certa diffidenza riguardo ai Buskers.
Essere Busker significa suonare per strada: cos'è per te l'esperienza "on the road?"
Un'esperienza molto forte. Il pubblico della strada è quello che regala le sensazioni più belle, essendo libero di fermarsi o andare via, e per nulla costretto, come in altre occasioni, a rimanere fino alla fine perché ha pagato un biglietto. È una grandissima soddisfazione e un grande onore poter suonare per qualcuno che decide di fermarsi e lasciare da parte per qualche secondo la sua meta ed il flusso dei suoi pensieri.
Pensando a questi giorni, l'immagine più emozionante che ho, è quella dei piedi della gente che si fermava, e che scorgevo con lo sguardo basso sulla tastiera, che battevano il tempo in mezzo al via vai veloce di altre gambe.
Ti consideri un busker originale al 100%?
No, non direi. L'attività di un busker è solo quella di strada, oltre ad essere una scelta di vita, e io invece suono in diverse realtà musicali come locali, teatri, circoli, rassegne, festival, senza mettere da parte luoghi meno attraenti o decisamente poco suggestivi, perché penso che sia la gente a creare coinvolgimento. Inoltre faccio molta attività di studio e collaboro regolarmente con altri musicisti.
Ferrara cambia la sua atmosfera durante il festival, lo dicono in tanti: tu cosa hai sentito lungo le strade del festival?
È un'aria affascinante, arricchente, fa venire voglia di suonare! La gente poi è curiosa, si avvicina, ti segue, ti ascolta, insomma vive fino in fondo l'evento. Per me questo è molto importante, il rapporto e la condivisione che si riesce a creare con il pubblico, perché rende la musica più intensa e più forte.
Inoltre a Ferrara non ho sentito la tensione che ho provato in altre occasioni, legata alla competizione fra artisti. Qui siamo tutti come una grande famiglia, si passa molto tempo insieme, ci si scambia esperienze, c'è complicità insomma. Penso che fondamentalmente la musica sia unione, mentre la competizione mi da tristezza.
Quali sono stati gli aspetti che hai notato maggiormente nella città di Ferrara, provenendo da una realtà come quella di Venezia / Padova?
Mi ha subito colpito la grande disponibilità, gentilezza e cordialità degli organizzatori e dei responsabili per i rapporti con gli artisti, che hanno dimostrato sempre interesse per quello che facevo e un'incredibile memoria da elefante, visti i dettagli che mi hanno tirato fuori quando mi hanno rivisto dopo un anno. Oltre a loro anche la gente che ho visto e con cui ho parlato prima e dopo le esibizioni si è sempre dimostrata gentile. Mi ricordo un bar di via S. Romano, di fronte al quale ho suonato la seconda sera, che mi ha allungato una bottiglia d'acqua e una birra fredda durante la performance. La cosa mi ha fatto molto piacere, normalmente i negozianti non si dimostrano così attenti e aperti.
La musica occupa un posto importante nella tua vita, sia come musicista, ma anche come appassionato, vero?
Sì, vero. Oltre a comporre brani e scrivere romanzi (l'altra mia "malattia"), mi occupo di una rubrica di recensioni musicali su un mensile del Padovano che si chiama "Passa-Parola" e che ho voluto intitolare "Note non note". È un'occasione di approfondimenti e di ricerca su tutti quegli artisti sconosciuti al grande pubblico, perché non trovano alcuno spazio promozionale, ma che dimostrano una grande qualità musicale e tecnica. E visto i tempi è una bella speranza per la musica. Di certo!
Se la musica è un'arte, allora cos'è per te l'arte?
Per me è soprattutto condivisione, veicolare emozioni, creare un legame stretto con il pubblico. La scelta artistica è anche una ricerca interiore. Al di là delle convenzioni a cui ci obbliga la società moderna (laurea, posto fisso, ecc.), io ho fatto questa scelta proprio perchè è una cosa che mi fa stare bene con me stesso e con gli altri, mi rasserena e mi permette di tirar fuori quello che sento dentro e comunicarlo agli altri. E poi non dimentichiamo che mi permette di viaggiare molto, e questo è una delle cose che preferisco, come stimolo alla conoscenza e alla curiosità.
Alla fine dell'intervista, coincisa con la fine della mia insalatona biologica e della sua piadina farcita, ci rimane solo il tempo di salutare e ringraziare le responsabili del bar "Delizia del parco", causa impegni del pomeriggio che si fanno stringenti, e di incassare i complimenti del tutto inaspettati di una delle operatrici, che inconsapevolmente aveva avuto modo di ascoltare Luca due sere prima, quando si era posizionato proprio sotto la sua finestra. Quando si dice che il mondo è piccolo!