24 Gennaio 2005
"Dolo sport", Matteo Bellomo
Il Mister e il Chitarrista. I Francioso: quando la passione è un affare di famiglia
Antonio Francioso è un mister a tutto tondo. Uno che ama dire le cose come stanno e che a detta di tutti è stato capace di far giocare, ad una banda di ragazzini, il miglior calcio che si sia mai visto in Riviera del Brenta.
Luca è un giovane uomo che ha saputo compiere scelte importanti, senza mai perdere di vista i propri obiettivi. Come calciatore ha entusiasmato tra le fila delle giovanili dolesi per poi dedicarsi completamente alla chitarra. Oggi, pur sognando ancora il rettangolo verde, è uno dei migliori chitarristi fingerpicking sulla scena nazionale.
La storia di questi due uomini, padre e figlio, è tutta dolese o quasi. I primi calci al pallone di Luca si sono potuti ammirare in Calabria, a Bagnara Calabra (RC). La carriera di calciatore di papà Tony, invece, è iniziata, per forza di cose, molto prima, ma il suo essere "Il Mister" ha le stesse origini calabresi.
La consacrazione per entrambi, però, è tutta in biancogranata. Per motivi di lavoro Tony si è trasferito a Dolo con tutta la famiglia nel 1989 e il fascino del vecchio stadio comunale di Dolo, che si può vedere dalla finestra dell'appartamento dei Francioso, ha subito esercitato la propria forza attrattiva sul giovane Luca.
E poteva Luca andare a giocare al pallone da solo senza che papà Tony andasse di tanto in tanto a dare una sbirciatina e magari qualche consiglio?
Tony: "Certo che non poteva! È stato così che sono entrato a far parte del staff tecnico dolese. Scherzi a parte, ho sempre amato il calcio giocato senza esasparazione, e quindi, come genitore non ho mai incitato in maniera fanatica mio figlio. Certo che seguivo le partite e a volte gli allenamenti e qualche consiglio posso anche averglielo dato. In quegli anni si stava costruendo a Dolo un gruppo di ragazzi eccezionale: i vari Majoni, Cesarato, Bisso e tanti altri. Era chiaro che sarebbero stati destinati a giocare a lungo e con risultato".
Luca: "Era il gruppo la nostra prima arma. C'era chi giocava meglio e chi peggio, chi era più simpatico e chi più introverso, ma mai nessuno in quegli anni si sarebbe sognato di mancare di rispetto o far venire meno la propria amicizia a chi, per esempio, sbagliava una partita. Ci siamo tolti diverse soddisfazioni e molti ragazzi hanno fatto e stanno facendo una discreta carriera agonistica".
Secondo tutti Tony Francioso è il mister che ha insegnato di più a giocare al pallone. Ogni giorno un complimento. Possibile che non ci sia nessun ingaggio all'orizzonte?
Tony: "Quando si parla con i dirigenti e li si guarda negli occhi si capisce subito se sono intenzionati ad dar vita ad un progetto serio. Il settore giovanile è il più delicato di tutti. Purtroppo qui nei dintorni nessuno ha voglia di investire sui giovani calciatori. I risultati non sono certi e si rischia di spendere quattrini per poi non riuscire a tirare fuori dal vivaio neppure un campione redditizio per le casse societarie. Purtroppo l'eccessivo agonismo e l'esasperazione non consentono di lavorare con i giovani e di provare a farli crescere. Il calcio va insegnato. Non si può buttare in campo undici ragazzi e chiedere loro di fare risultati. Non si costruisce nulla e l'ambiente, chiaramente, si deteriora".
Luca: "Mio padre merita certamente una squadra importante. Non sono il solo a dirlo. E non si confonda questa mia affermazione con l'esternazione di un figlio convinto che il proprio genitore sia il migliore solo per una questione di affetto. Non è un caso che dopo tutte le vicessitudini societarie, quest'anno tutta la juniores sia stata traghettata con successo in prima squadra. Se non avessero avuto le basi quei ragazzi sarebbero crollati, invece molti di loro, a distanza di dieci anni, giocano con successo e sono i trascinatori delle rispettive formazioni".
E la voglia di prima squadra non viene mai a Mister Francioso?
Tony: "Una bella prima squadra la allenerei volentieri. Anche in questo caso dipende dai programmi societari. Non mi interessa, per essere chiari, l'aspetto economico delle questioni. La mia preoccupazione è tutta per il progetto. Credo che una società seria non possa pensare di vivere alla giornata, ma debba fare un programma che si sviluppi su più anni, abbracciando il settore giovanile. Solo così si possono costruire realtà serie e capaci di rimanere competitive a lungo. Se invece si vuole costruire una squadra perché è normale che esista o per soddisfare la vanità di qualche aspirante allenatore o direttore sportivo si fa poca strada".
Luca, anche la tua storia sportiva ricalca un po' quella di tuo padre: tutti a dirti che sei bravo, però la tua carriera in prima squadra è durata pochino.
Luca: "Il mio rapporto con il calcio, dopo l'idillio delle giovanili, è stato un po' tormentato. Il salto in prima squadra è andato benissimo in un primo momento e poi si è deteriorato. Suonando a lungo la chitarra mi si era manifestato un ispessimento muscolare molto fastidioso che mi ha costretto, anche perché curato in maniera approssimativa, a rimanere fermo a lungo. Quando sono tornato, nonostante mi si dicesse che si puntava moltissimo su di me, le cose erano cambiate. I rapporti umani erano saltati. Il rispetto che si doveva ad una persona era misurato sulla propria abilità nel gioco. Ci sono stati momenti di grande tensione con il mio mister, una brava persona ma un allenatore con il quale non sono mai riuscito a dialogare di calcio, che mi hanno spinto ad allontanarmi dal calcio Dolo nonostante le insistenze di molti miei compagni di squadra, che fino all'ultimo hanno cercato di dissuadermi. La decisione, poi, di fare il chitarrista professionista ha certamente influito. Era difficile suonare suonare nei club il sabato sera e poi essere lucidissimo in campo la domenica pomeriggio. Nessun rimpianto, ma un po' di nostalgia per quella sensazione di gioia e di libertà che sono sempre riuscito a vivere quando correvo dietro ad un pallone".
È di questi giorni la proposta di un direttore sportivo di fondere Dolo, Fiesso e Stra e di costruire un'unica prima squadra, mantenendo separati i settori giovanili. Voi cosa ne pensate?
Tony: "È una proposta assurda. Il campalinismo, purché sano, è il senso stesso del calcio dei dilettanti. Ogni paese ha una squadra con i propri colori e con i propri giocatori. Sono tantissimi anni che, in più salse, viene avanzata questa proposta. Cosa succederebbe però a livello giovanile? Come farebbero ad affrontarsi squadre giovanili diverse che sanno che il loro futuro sarà quello di essere fuse in un'unica squadra?".
Luca: "La confusione sarebbe tale per cui i ragazzini si disinnamorerebbero del calcio, una volta giunti ad un certa età. Tre settori giovanili ed una sola prima squadra significa che pochissimi arriveranno a giocarci. Significa che i sacrifici di tanti anni non troverebbero la giusta ricompensa e il sogno di vestire, anche per una sola partita, la maglia del proprio paese non si avvererebbe mai".
Cosa riserverà l'immediato futuro ai due Francioso?
Tony: "Personalmente spero di riuscire a trovare una squadra con la quale condividere progetti importanti. Un ambiente illuminato nel quale le parentele e le amicizie non sono le discriminanti nella scelta dei giocatori e dell'allenatore. Magari una prima squadra nella quale costruire, per gradi, un gioco interessante che la gente si diverta a vedere".
Luca: "A brevissimo uscirà il mio nuovo album, "Argile", e sarò impegnato in una serie di concerti di presentazione. Sono stato fortunato nella vita, perché suonando la chitarra faccio quello che mi piace e riesco a campare. Certo il mio genere non è dei più commerciali e quindi le cifre che girano non sono certo da capogiro, ma a me basta condurre con serenità la mia vita di tutti i giorni".
Il segreto dei Francioso, quindi, è la passione. I successi sono arrivati ed altri, siamo certi, arriveranno presto.