Intervista a Keith Calton
Dopo l'intera mattinata e gran parte del pomeriggio passati a viaggiare con ogni mezzo possibile (aereo, treno, metro e macchina) e un'itinerario studiato su mappe stampate alla buona da internet e programmi vari, io, la mia ragazza Novella e il mio carissimo amico Mauro arriviamo, intorno alle 17.00, in un piccolo paesino a un centinaio di chilometri da Londra e parcheggiamo di fronte a una casetta piccola e semplice, pigiata tra tipiche abitazioni inglesi, in mezzo ad una campagna difficile da associare al caotico "Open 24 hours" della metropoli. Non serve nemmeno suonare il campanello, appena scesi dall'auto dalla porta di casa esce un omone alto e occhialuto che mi allunga la mano cortese e io, nel mio inglese rubato senza cura alle canzoni, ciancico due o tre parole di saluto. I lunghi capelli bianchi di Kith Calton, costruttore delle più famose e resistenti custodie per strumenti musicali, sono raccolti sulla nuca da un elastico, e dalla fronte cadono disordinati su un viso segnato da qualche ruga. Il sorriso sereno e gli occhi dal taglio orientale gli danno tuttavia un aspetto molto più giovanile rispetto agli anni che si porta sulle spalle e sulle mani da artigiano.
Dopo le presentazioni, continuate a singhiozzo dentro casa lungo il corridoio, ci fa accomodare intorno ad un tavolo e ci offre caffè e succo di frutta. Nel tempo in cui si assenta qualche minuto per terminare la telefonata interrotta per accoglierci, io ne approfitto per ricordare a Mauro gli ultimi particolari sulle domande che lui ha tradotto su un foglio stropicciato, e Novella per tirar fuori il registratore che dopo permetterà a mia sorella Monica di sbobinare l'intervista. Quando Kith sbuca nuovamente dalla porta ha una tazza di caffè in mano e un'espressione accogliente, come gli osti nelle locande dei porti che accolgono i marinai stanchi dopo l'ormeggio. Guardando gli occhi di Kith mi rendo conto di quanta passione li riempiano e la cosa emerge in modo evidente anche dalle prime risposte alle nostre domande, sebbene sia lui ad interrogarci per primo. Ci chiede da che parte dell'Italia veniamo e quando sente il nome della città di Padova ci racconta di quando lui è stato a Venezia e a Milano, e poi a Bergamo (con un buffa pronuncia tipo "Bergàmo") e a Torino. La mia grande sorpresa è quando mi chiede che musica faccio, perchè appena dico "Fingerstyle", mi svela che suo fratello andava a scuola con John Renbourn e la cosa mi fa sorride e anche un po' rosicare. Così l'idea di fargli le domande mi stuzzica ancora di più di quando avevo pensato di venire a Londra per intervistarlo, perchè per Kith comincio ad avere una forte stima, quasi un'immediato senso di agio nel sentirlo raccontare e parlare di lui, anche se capisco a tratti quello che dice e mi devo affidare alle traduzioni veloci di Mauro tipo Olga Fernando al Maurizio Costanzo Show. Mauro traduce la prima domanda.
«Come hai cominciato a costruire custodie e da quanto tempo lo fai?».
Kith sorseggia il caffè, poi dice:
«Lavoravo per una compagnia specializzata in fibre di vetro che costruiva barche. Amo le barche. Ho lavorato per loro per tre anni, fino al 1973, anno in cui la compagnia è fallita a causa della crisi del petrolio. Così ho cominciato a costruire custodie per chitarre in fibre di vetro e continuo a farlo da allora».
«Perché la fibra di vetro?», chiede Mauro nel suo inglese dall'accento torinese.
«Perché è molto resistente», replica Kith, «una custodia normalmente è fatta in legno e il legno è molto forte e anche molto leggero, ma la zona in cui la parte inferiore si unisce alla parte laterale», disegna la congiunzione nell'aria con le mani, «è quella soggetta a più sollecitazioni e risulta piuttosto debole. Al contrario, la parte più resistente di una custodia in fibra di vetro sono proprio gli angoli, dove le fibre si sovrappongono. Per questo con le fibre di vetro si possono creare forme complesse, guadagnando resistenza in base alla forma».
Dà una sorsata al caffè.
«Ho passato molto tempo a pensare quali raggi di curvatura usare per ottenere la resistenza maggiore e ci stiamo ancora lavorando. C'è molta collaborazione tra me e la Calton in Canada su nuovi metodi e nuovi designs e lavoriamo alla cosa costantemente, facendo anche molti esperimenti. Molto del mio tempo è dedicato alla ricerca di metodi e materiali diversi, ma finisco sempre con il ritornare alla fibra di vetro normale».
Fa una pausa per prendere fiato.
«Un materiale alternativo che si sta usando molto in questo periodo è la fibra di carbonio. Molti pensano che con questo materiale si possano ottenere custodie migliori, e ineffetti si ottengono custodie ottime e leggere, ma anche parecchio fragili. Inoltre si tende a non mettere tante chiusure e a non curare i dettagli come si dovrebbe».
Kith si ferma ancora e si sistema i capelli dietro la nuca. Io ne approfitto per intervenire in italiano. Mauro traduce velocemente.
«Hai parlato di una Calton in Canada. Ma la Calton è una compagnia canadese?».
«No», precisa sorrisendo Kith, «è mia. L'ho creata io. Calton è il mio cognome».
Mi rivolgo a Mauro e cerco velocemente di spiegare la mia domanda. Mauro in inglese chiede:
«Luca ha visto alcune custodie su cui c'è scritto "made in Canada"…».
«...Sì, ineffetti si fanno molte più custodie in Canada che in Inghilterra. Mediamente 3000 all'anno, io invece arrivo a circa 300».
«Ma c'è un legame commerciale tra voi?».
«C'è un rapporto di franchising, ma per molte cose è paritaria. Nel 1987 il mio amico Williams, dopo aver comprato una mia custodia per la sua chitarra, ha messo su la compagnia in Canada. La sua collaborazione mi ha aiutato moltissimo, considerato che stavo iniziando a lavorare spesso con l'America e non riuscivo più a reggere il ritmo delle richiesta e delle spedizioni. Williams ha lavorato duramente facendo molta pubblicità e assumendo molte persone (una quindicina circa) per costruire le custodie Calton. E così lui si occupa dell'America e io dell'Europa».
Ho una piccola curiosità che mi tolgo con l'aiuto di Mauro.
«Ma tu suoni qualche strumento?».
«Sì, ho sempre fatto il musicista e allo stesso tempo l'ingegnere del suono. Suono la chitarra, il contrabbasso, un po' il mandolino, la slide guitar, tutto quello che ha a che fare con la chitarra, insomma. Ho anche suonato la batteria con i piedi (sorride): la grancassa con un piede, il rullante con l'altro e contemporaneamente la chitarra o il contrabbasso. Anche William è sia musicista sia ingegnere del suono: abbiamo una formazione simile».
L'ultima domanda Mauro la legge sul foglio stropicciato. Chiede:
«Quali tra i migliori chitarristi acustici usano le tue custodie?».
Kith fa una piccola smorfia di indecisione.
«Difficile da dire. Le mie custodie vengono usate da molti musicisti e non è semplice per me dire chi è migliore di chi. Vengono musicisti europei e americani e di ogni genere musicale, tramite una fitta rete di passa-parola, visto che non faccio molta pubblicità, a parte il sito dico. Ci sono musicisti che si fanno fare la custodia per uno strumento e poi tornano per un'altra custodia per un altro strumento (come me), oppure chi vuole modificare quella vecchia per adattarla a un nuovo strumento, essendoci l'opzione, a pagamento, di modificare le custodie se il cliente lo vuole e di ripararle anche».
Una piccola pausa.
«Mi piacciono le persone per le quali lavoro, e mi trovo in una posizione molto fortunata».
Poi, dopo l'ultimo sorso di caffè dice:
«Potrei finire con questo», con un sorriso abbozzato.
Noi rimaniamo appesi alle sue labbra, sperando in qualche nome. Mi vengono in mente nomi altisonanti che potrebbe esibire come trofei, tipo John Renbourn, Ed Gerard o Franco Morone, ma Kith sembra non essere interessato ai nomi da cartellone che usano le sue custodie, ma più alle persone che le usano, dimostrando grande umiltà e passione per il suo lavoro. Tuttavia, in un inglese stentato, lo stuzzico perché ne sbottoni almeno uno. Lui sorride di nuovo, guarda il soffitto e ci pensa su. Ripete:
«È difficile fare nomi. Non mi piace farlo».
L'umiltà nobilita il talento. Poi d'improvviso si sente:
«Mark Knopfler per esempio. Ma lui le compra in America e le paga di più, dato che io nel prezzo non devo aggiungere la pubblicità».
La risata diventa collettiva. Kith mi chiede se sono sono soddisfatto e io faccio sì con la testa. Gli indico la macchina fotografica che ho appeso al collo.
«Ok», dice. Passo la macchina a Mauro, mi avvicino a Kith e aspetto il click che immortala il pomeriggio su file. Sulla soglia, prima di salutarci, gli dico che per me è stato un onore ed è vero. La sua mano grande avvolge la mia proprio come le sue custodie avvolgono e custodiscono le mie chitarre. Saliamo in macchina e ce ne ritorniamo a Bath, dove passeremo cinque giorni prima di tornarcene in Italia. È stato un pomeriggio, lungo, denso e ricco. Sarà piacevole ricordarlo ogni volta che rileggerò queste righe.
(Ash in UK, 27 Maggio 2005)