Perché curarsi dell’apparenza è una pratica così bistrattata e rifiutata? Non mi riferisco ai sentenziosi giudizi che traiamo costantemente da ciò che appare degli altri, quanto all’esercizio quotidiano per verificare l’autenticità di ciò che noi lasciamo apparire.

La ritengo una pratica più che opportuna, occuparsene. È un esercizio che non ha niente a che vedere con vanità e superficialità, benché antichi e vorticosi pensieri filosofici e moderne e semplici convinzioni popolari siano concordi nel ritenere l’apparenza l’effimera prerogativa di uomini frivoli ed egocentrici, perché di natura ingannevole.

Io di certo sono un’esteta e anche piuttosto egocentrico, a volte perfino vanesio, ma non sono questi i motivi per cui me ne curo e perché ogni dettaglio di qualsiasi mia proposta, che sia reale o virtuale, rivolge particolare attenzione all’immagine che di me lascia apparire.

Non è leggerezza, tutt’altro. È il desiderio imprescindibile che tale immagine mi somigli veramente, che racconti chi sono con sincerità e senza fraintendimenti, perché è davvero spiacevole quando ciò che realizzi tradisce la tua vera natura, nonostante lo sforzo, per nulla immune a cedimenti, di essere (e rimanere) te stesso.

È necessario verificare costantemente e con estrema cura cos’è che realmente appare alla frontiera di qualsiasi intento, per avere sempre la confortante certezza di non mentire mai a nessuno, volente o nolente. Neppure a se stessi.

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