La libertà è come il vino: può dare alla testa. Ci si può ubriacare di libertà, fino ad esagerare. Così come accade in certe cene quando conoscenti un po’ brilli eccedono in confidenza, spingendosi più in là del dovuto con battute inopportune o gesti di cattivo gusto, o al bar quando il ragazzo alticcio di turno diventa prima invadente e poi magari violento con la sconosciuta più carina ai tavoli. Ecco, al pari di quei conoscenti e di quel ragazzo noi tutti abbiamo perso il controllo delle nostre parole e delle loro intenzioni, sbronzi di libertà fino a vomitare.

Disseminate ovunque ormai in rete, le nostre parole rivelano un altissimo tasso alcolico, è evidente. D’altronde l’evoluzione social del web ha fornito a tutti gli internauti — ormai arrivati all’incredibile numero di tre miliardi, ovvero il 40% della popolazione mondiale — un’impagabile opportunità, un’interazione diretta e attiva capace di espandersi in ogni direzione come mai era accaduto e che concede possibilità di espressione inimmaginabili. Difficile resistere al profumo speziato di questa libertà. Mi riferisco alla libertà di commentare.

Oggi infatti è possibile commentare qualsiasi cosa, ogni parola e ogni immagine pubblicate in rete. Tutto ormai è soggetto alle opinioni altrui, del resto è così che funziona: tu posti io commento, io posto tu commenti. Considerata la portata della connessione in cui navighiamo, questo libero scambio ha dell’incredibile, perché di fatto è possibile dire la propria sul conto di chiunque e su qualsiasi accadimento, come in un immenso talk show virtuale che azzera meriti e distanze sociali, permettendo al semplice appassionato di paese di commentare il saggio dell’erudito professore Oxfordiano, così come al fan sfegatato di complimentarsi con il suo altrimenti irraggiungibile idolo canoro. Un click e l’interazione più improbabile si compie. Davvero sorprendente, sebbene diventato normale di questi tempi.

Tuttavia, quella che è in effetti un’affascinante occasione di incontro e di confronto è diventato un tiro al bersaglio gratuito, un luogo di confine dove dare sfogo alle proprie frustrazioni e poter sparare a zero su chiunque, convinti in effetti che alla libertà di commentare corrisponda il diritto di screditare e insultare, privo di freni o pudore. Ma non è perché esiste un campo bianco da compilare che si è autorizzati a scrivere qualsiasi porcheria. Questo va detto.

Ecco i beoni a cui la libertà ha dato alla testa, chi spaccia l’opportunità di argomentare con spirito critico con la possibilità di offendere e infangare, spesso opportunamente rifugiati dietro anonimi nickname. Non c’è niente di più facile che organizzare una campagna diffamatoria da casa, di fronte ad uno schermo e ad una tastiera, solo perché un contributo pubblico non viene gradito. Accade di continuo: un contenuto non ci piace e allora ci sputiamo sopra, cattivi e gratuiti. Ma che senso può avere una simile idiozia?

È un’atteggiamento egocentrico, diffuso come una pericolosa peste, capace di rendere squallido un meccanismo dalle enormi potenzialità benefiche. E non importa se ad alzare il gomito è un ragazzino smanettone o un adulto qualificato, così come non importa chi sia l’untore: la peste rimane sempre la peste.

Ma se il rosso che c’è a tavola non è di mio gradimento — rimanendo in tema — perché mi devo prendere la briga di telefonare al viticoltore per insultarlo e denigrare il suo lavoro? Non è più semplice cestinare la bottiglia e scegliere un altro vino? Evidentemente no. Quando a noi non piace qualcosa, tutto il mondo lo deve sapere. Ci fa sentire meglio gridare il nostro scandalo ai quattro venti e dunque ci affaccendiamo per organizzare un’imboscata virtuale, senza risparmiarci su toni e parole da usare per denigrare (dal latino de, particella intensiva, e niger [nero], “tingere di nero”).

Trovo che questa malsana abitudine sia l’ennesima occasione persa, per tutti. Ci sta che un contributo pubblico possa non essere apprezzato e ci sta anche che uno o più commenti critici, magari anche provocatori, ne scuotano il senso per stimolare un futuro sviluppo. Fa parte del gioco. Quello che si potrebbe e dovrebbe evitare è l’arrogate pretesa di essere il privilegiato a cui tutto è concesso, solo perché al di sotto di un qualsiasi post la dicitura: “scrivi qui il tuo commento” offre con sorriso cordiale un calice di libertà davvero invitante. Ecco, saggio sarebbe sorseggiarlo lentamente.

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