Da sempre la musica si impara sulla musica. È una pratica naturale e di certo produttiva, l’apprendere le regole e le dinamiche di questo linguaggio suonando, divertendosi e studiando sulle note che più si amano, così da affinare gusto e tecnica sullo strumento. Tutti i musicisti lo hanno fatto, anche i più grandi, beneficiandone oltremodo e in ogni senso.

Tuttavia, lungo il sentiero della loro formazione, con tempi e modalità diversi per ognuno, si è compiuta l’opportuna evoluzione che ha permesso al mondo intero di ascoltare e assaporare una musica nuova, unica e irripetibile, perché nuovo, unico e irrepetibile era diventato nel frattempo il loro linguaggio.

Questo processo è la naturale progressione individuale che permette alla musica (ma in fondo ad ogni forma di arte) di evolversi: contemplare e studiare il passato, cercare la propria voce nel presente, donare qualcosa di nuovo al futuro.

Omaggiare un’opera con una personale rivisitazione è cosa assai normale e apprezzabile lungo i passi di un percorso (perché arrangiare è un po’ come comporre). Ma se vissuto come unico fine, suonare e interpretare solo ed esclusivamente la musica di altri artisti può rendere improduttiva qualsiasi forma di ricerca, creando sterilità creativa e stalli emotivi collettivi, una sorta di palude artistica maleodorante. È suonare e interpretare la propria musica la massima espressione a cui un musicista deve ambire, perché è in questo scopo che si cela il germoglio di nuova linfa.

Un mondo di cover e tribute band non si può evolvere. È un fatto. Per il cammino del linguaggio musicale non può che essere una sosta, una lunga e pericolosa sosta. Perché non mettere il proprio talento al servizio dei propri sogni? Meglio: perché limitare i propri sogni fino a farli inaridire, diventando uno sterile simulacro? Perché essere l’ombra e lo spettro di qualcun altro?

Naturalmente, se sono divertimento e svago ad alimentare l’ingenua imitazione, non è davvero un problema. Il problema prende vita, in effetti, quando la maggior parte dei figli della musica – per non dire quasi tutti – cedono al vecchio, con totale esclusivismo, e non si concedono al nuovo, a quello che di raro e magnifico esiste in ognuno di noi.

L’inganno più pericoloso, nel rinunciare ad investire sul proprio potenziale, è pensare e sostenere che solo i grandi artisti possono comporre. Inutile dire che non ci credo. Non si tratta di creare a tutti i costi opere che rimarranno alla storia, ma certamente di affaccendarsi per dare vita a quel fermento in cui ogni novità può divenire sublime, anche la meno probabile. Non è primeggiare in qualità compositiva il fine, perché la musica non è una competizione sportiva, ma piuttosto mettersi in gioco per alimentare la propria unicità, ognuno come riesce, ognuno con la propria sensibilità.

Allora, da queste righe, io grido con forza e passione (e un po’ di impudenza): basta tributi agli altri, facciamo un tributo a noi stessi e alla nostra arte. È tempo!

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